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Odissea siciliana

giu
2013
18

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Sarebbe come, una mattina…*

Partenza da Malpensa alle 14.35, destinazione Catania, volo Easy Jet. Unico a fare lo speedy boarding, nessuna coda e attesa tranquilla in mezzo a famigliole, in particolare spicca una giovane mamma, innamorata persa e incredibilmente orgogliosa della sua bimba neonata, di cui racconta tutto e di più a quelli attorno che guardano la sua bimba. Volo fantastico, l’Italia è bellissima anche dall’alto, anche se sto leggendo un lavoro (che devo leggere per domattina) vedo il Vesuvio, Ponza Ischia e Capri, e poi l’annuncio del comandante che si comincia la discesa, arrivo previsto tra mezzora, con cinque minuti d’anticipo. Il tutto ammirando lo spettacolo delle Eolie. Ecco l’Etna, con la sua nuvoletta attorno alla cresta, e ai suoi piedi Catania.  Le hostess, che hanno passato metà del loro tempo a fare feste e chiacchierare con la giovane mamma e col babbo che però al momento è un accessorio, non si capisce bene se più innamorato della moglie o della bimba, si siedono e si allacciano le cinture. Dopo 10 minuti si alzano, una va in cabina di pilotaggio, l’altra aspetta in piedi. Poi vanno in fondo all’aereo, poi parlano con la amica-mamma… comincio a essere inquieto, ma non troppo perché l’amica mamma e il marito paiono tranquilli. Atterriamo più di un’ora dopo, perfettamente, e ci apprestiamo a uscire, quando il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e ci prega di stare seduti perché c’è stato un problema idraulico e devono fare dei controlli…sembra piuttosto adrenalinico, ma in effetti dopo due minuti ci fanno uscire. Nel frattempo avevo visto il carro dei pompieri a fianco della pista, e mi sono ricordato di quella volta, 23 anni fa, in cui tornando dalla California sul volo non stop LA Milano, mi sono insospettito e innervosito perché abbiamo preso la direzione del Giappone, paese che non mi interessava proprio visitare. E infatti dopo 20 minuti l’annuncio “Torniamo indietro” (eravamo andati a scaricare un bel po’ di carburante sul Pacifico) e mi sono visto una spettacolare parata di ambulanze e carri dei pompieri attorno alla pista (normali procedure di sicurezza richieste dalle assicurazioni); anche quella volta problema idraulico, non era rientrato il carrello, non si può volare tredici ore col carrello giù… insomma, finalmente scendo dall’aereo, con un pensiero di ringraziamento al pilota che, credo, abbia fatto un lavoro davvero eccezionale, ed è atterrato con una dolcezza incredibile. Vado a prendere la corriera per Messina, che finalmente arriva; solita calca per salire, metto la valigia nel bagagliaio e toccandomi la tasca dei pantaloni  mi rendo conto che non ho più il borsellino (bancomat, patente, tessera sanitaria…i pochi soldi sono il meno). Attimo di panico poi la decisione: non salgo sul pullman, torno indietro, visto che comunque è domenica, arriverò un po’ più tardi. Rientro in aeroporto, mi guardo attorno indeciso, e finalmente trovo l’ufficio informazioni. Chiuso. Cerco e trovo l’ufficio oggetti smarriti. Chiuso. Mi guardo attorno e vedo la giovane mamma. MI avvicino, le chiedo gentilmente se è un hostess della EJ (domanda scema che serve da introduzione…) e le spiego la faccenda. Mi dice di ricordarsi di me, di non preoccuparmi che porteranno il borsellino al Lost and Found … mi faccio coraggio e le dico che ho visto che una delle hostess era sua amica –per caso non ha il suo cellulare?- Sì, aspetti, le ho detto di farmi uno squillo … per farla breve, riesce a parlare con l’amica, che le dice che il marito ha lasciato il libro che leggeva sull’aereo, e che hanno trovato il mio borsellino; sospiro di sollievo. Morale, dice che mi conviene provare  a passare all’ Ufficio Oggetti Smarriti … ma è chiuso!. “Guardi, vada dai Carabinieri, sono proprio lì davanti” … ringrazio e saluto lei e il marito, e faccio un sorriso a Marisole, che finalmente ride contenta, si vede che le orecchie hanno smesso di far male.  Vado dai carabinieri, alla scrivania è seduto un appuntato, di fronte un’addetta dell’aeroporto, e spiego la situazione. “Deve essere questo, come si chiama?”. Mi riprendo il mio borsellino, dopo aver controllato il contenuto e firmato qualche carta, in effetti l’addetta lo stava consegnando, e l’appuntato stava scrivendo il verbale (temo anche di aver interrotto un’amabile conversazione…).

 Morale, quando si è distratti poi bisogna ingegnarsi il doppio e … avere anche fortuna. Esco col mio borsellino, vedo l’hostess che esce dal parcheggio, la raggiungo la ringrazio le auguro una buona vacanza e le chiedo il nome, per poterlo mettere sul sito…

Grazie Letizia, sei stata paziente e gentilissima!

Vado di nuovo alla fermata del pullman, essendo festivo quello di un’ora dopo non c’è (beh, mica posso lamentarmi), quindi devo aspettare un’ora e mezza, e poi un’altra ora e mezza di viaggio, insomma faccio prima a arrivare a Sofia. Ma è andata bene così, in fondo…

La sera mangio un boccone e bevo una birra in un Irish Pub. Tutto accettabile, meglio la birra. La mattina mi vengono a prendere per portarmi all’Università, e mi accorgo che non ho il cellulare… andiamo in dipartimento e poco dopo telefono e quando dico “ieri sera ero lì a cena” mi sento rispondere “Samsung nero”.  Ok ho capito, passo stasera…

 Inutile dire che non è finita qui.. Stamattina ho scoperto che tutte le cartelle della mia USB sono state massacrate dal computer di Sofia cui l’ho connessa per fare la mia presentazione (le date delle ultime operazioni a qualcosa searvono, no?). Un bel casino, chissà quando ho fatto l’ultimo back up…ma troverò una soluzione per limitare i danni… E adesso sulla corriera per l’aeroporto di Catania, non riesco aessere di cattivo umore. Nonostante le disavventure, sono stato trattato molto bene, e ho avuto l’impressione che la mia visita sia stata utile per loro. Quindi i soldi per la mia visita sono stati ben spesi… il che mi piace.

*Svegliarsi ed essere a Messina, Roberto Vecchioni

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So benissimo di essere una persona terribilmente disordinata e disorganizzata. Perdo tutto, anzi perdo le cose importanti, quelle futili ce le ho sempre attorno e mi danno fastidio. E’ un mio difetto che detesto davvero, perché mi provoca punizioni umilianti … multe, figuracce, incazzature. La burocrazia è la faccia delle regole del convivere, ed è indispensabile. La burocrazia dà da lavorare a molti, e anche questo direi che è un aspetto da non sottovalutare, in un momento in cui l’automazione rende meno importante il lavoro manuale dell’uomo: lavorare è un  diritto e un dovere, ma se la società abolisce il lavoro diventa poi difficile trovarlo. Ciò detto, e davvero con sincerità, credo anche che di burocrazia, di stupida burocrazia, si possa morire. Recentemente, in questi tempi di magra per la ricerca, mi è successo che il direttore di un laboratorio di ricerca francese (il laboratorio è francese, lui è greco!) mi ha proposto di darmi l’equivalente in Euro di una metà di borsa di dottorato, dicendomi di cercare l’altra metà per mettere una borsa  a concorso nella scuola di Modelli e metodi matematici per l’ingegneria. Vado dal mio direttore di dipartimento e la sua reazione è esattamente quella che mi aspetto “che figata! Ti do io il resto, non c’è proprio nessun problema”. Non mi avventuro a spiegare perché, in questi tempi di magra, non c’è nessun problema: è un fatto che abbiamo soldi in abbondanza per queste cose (benemerite!). Dunque, a fare i conti, un minuto da parte di Alexis (Paris Dauphine) per farmi la sua proposta, tre minuti di spiegazione al mio direttore (Piercesare) per completare il progetto. Se so fare i conti, all’incirca 5 minuti (approssimazione per eccesso). Questo succedeva a Febbraio. Poi a marzo sono stato a Parigi e ne ho parlato col loro responsabile. Oggi, fine maggio, forse la cosa si è risolta. Forse. Perché c’è sempre, fino a che tutte le firme non sono al loro posto, c’è sempre qualcuno che potrebbe fermare la procedura. Naturalmente adesso che siamo a scadenza, se manca una famosa firma, io devo rinviare di 6 mesi. Peccato che i francesi devono impegnare i soldi prima di sei mesi, altrimenti li devono rendere allo stato, perché inutilizzati!

Da 6 mesi circa sono il coordinatore del dottorato del nostro dipartimento. Siccome credo di saper giudicare abbastanza bene le persone, e quindi un po’ anche me stesso, mi permetto non solo di pensare ma anche di dire che sono per certi versi una persona particolarmente adatta a fare questo lavoro. Per altri, ovviamente quelli legati a regole e procedure, un vero disastro. Non riesco comunque a farmi una ragione del fatto che del tempo che dedico a questo compito, il 10% se ne va per problematiche legate ai dottorandi, ai colleghi coinvolti, all’organizzazione dell’attività scientifica, e il 90% a servire la burocrazia. Non scherzo e non esagero, di fatto è così. Faccio un esempio, uno solo. Gli studenti prendono il titolo di dottore di ricerca senza nessuna menzione, oppure con una menzione di merito, o infine con lode. La commissione, esterna al Politecnico, è l’unica deputata a decidere. Certo, il coordinatore di solito dice ai commissari quali sono le nostre usanze. Ma è anche successo, al mio predecessore, che un francese con la puzzissima sotto il naso gli abbia detto che non era la prima volta che faceva il commissario e che non aveva bisogno di suggerimenti. In altre parole, è la commissione che decide, sovrana, la menzione. Eppure io ho passato ore di discussioni sul problema angosciante di come giudicare gli studenti a ogni passaggio d’anno (prendendo una borsa pagata dallo stato, è richiesto un momento di verifica, per buttare fuori eventuali perditempo: non è ancora successo nel mio dottorato, ma succede): diamo A,B,C,D oppure passato/ripeti l’anno/fuori dalle balle? Ovviamente poi occorre esplicitare i criteri con cui do A,B,C,D: è la famosa trasparenza, un concetto tanto abusato che non ne posso più! Intanto, faccio osservare,  uccide il senso di responsabilità! Notare che poi di questi  A,B,C,D  non rimarrà nessuna traccia nel loro curriculum, però almeno hanno il vantaggio di essere un pretesto sontuoso per litigare tra colleghi! Nonché, ovviamente, un focolaio di lamentele da parte degli studenti che vanno poi a chiedere perché a me B e a lei A?

La burocrazia è un virus che contagia quasi tutti, solo pochi hanno gli anticorpi.

Ha un senso tutto questo? No, non lo ha, ne sono sicuro. Alexis, il responsabile di LAMSADE, con uno stipendio da responsabile di laboratorio, ci ha messo 5 minuti a darmi fiducia, a credere nel progetto che porto avanti con colleghi del suo laboratorio, e a allocarmi i soldi per una borsa da noi. La sua responsabile burocratica in compenso mi ha fatto impazzire perché nell’accordo voleva mettere che la sua università deve avere il diritto di veto sullo studente da noi selezionato! Senza sapere, ovviamente!, che in Italia il posto viene dato a concorso e che quindi, se c’è un vincitore del posto, nessuno glielo può togliere.  E poi mi spieghi cara Edith su che belin di basi potresti avere da ridire su una nostra scelta? Questo, comunque, non è nemmeno il punto cruciale. Il problema vero  è che il capo ha fiducia nel progetto, e il travet, che dovrebbe essere pagato per aiutarci a realizzare il progetto,  invece  parte dal presupposto che io sono inaffidabile e che il potere, un piccolo modestissimo potere, deve rimanere in mano sua. E se non è lei a voler questo, è qualche suo superiore, che si intasca uno stipendio ancora maggiore per queste pensate da genio!

Considerando che ormai siamo in un mondo globale in tutti i sensi, in cui occorre velocità, capacità di reazione, flessibilità, l’unico commento che mi viene da fare non  posso che prenderlo in prestito:

mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata.

(Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur , Tito Livio, Storie, XXI, 7, 1.           Tito, non eri uno stupido).

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Nel confronto di idee di ogni giorno, avverto ultimamente un disagio sempre più acuto, e questo mi mette in crisi … non riesco a capire se sono io che non capisco, oppure se più semplicemente non vivo nel posto giusto. D’altra parte ho origini protestanti, e questo magari ha il suo peso, anche se sono nato e cresciuto in ambiente cattolico. Ad esempio, una delle questioni che più mi affligge in questo periodo è questa: se hai deciso di aderire ad un’idea, a un progetto, a un partito o a una ideologia, devi poi accettare tutto o quasi quel che ne deriva, devi combattere i nemici, devi credere a quel che ti viene detto dai dirigenti della tua parte, devi aver deciso un giorno e non mettere più in discussione le cose, oppure nonostante l’adesione le libertà di giudizio, di critica, di dissenso devono essere sempre considerati beni irrinunciabili? E non è giusto assumere di non avere nemici, ma solo persone con cui confrontarti? (Veramente qualche nemico è inevitabile. I miei sono tutti quelli che prendono uno stipendio per rompere le balle a coloro che dovrebbero aiutare, come ad esempio le legioni di burocrati che si incontrano dappertutto, ma questa è un’altra storia, che racconterò prima o poi).  Non sto parlando di come esprimere il dissenso. Anche su questo del resto mi sento in posizione minoritaria. Perché, per esempio nel lavoro, ma non solo, soprattutto nei momenti in cui sono più coinvolto nella gestione, discuto nelle sedi competenti, e se le mie posizioni sono minoritarie e credo di dover criticare certe scelte allora penso di doverlo fare in maniera discreta, solo a chi di dovere, perché per me non ha senso criticare continuamente e pubblicamente il sistema decisionale di cui ci si sente parte. E questo in politica dovrebbe essere ancor più chiaro, ecco perché Renzi proprio non riesco a farmelo piacere -se sei dentro combatti all’interno, non fai campagna elettorale all’esterno-.

Mi reputo una persona di sinistra, sia pure in posizioni molto liberali. Sarei un liberal negli Stati Uniti, sarei laburista in Inghilterra, ho qualche mal di pancia per Hollande, ma sarei dalla sua parte, penso, in Francia. In Italia è un casino, ma non ho avuto nessun dubbio su chi votare, e l’ultima volta mi sono persino dato da fare per convincere i dubbiosi …

Però ci sono certe cose che non sopporto, proprio non le reggo. Ad esempio, perché i giudici vanno sempre e comunque difesi, quando sembrano prendere decisioni contro qualcuno che non ci piace? Perché tutti dalla mia parte strillano, in occasioni ben precise, contro gli attentati all’indipendenza della magistratura? Perché i giudici non possono sbagliare? E non intendo errori tecnici, intendo che sbagliano perché fanno scorrettamente il loro mestiere. Ingroia si è mostrato una persona indipendente? A nessuno viene il dubbio che una persona così politicizzata faccia del male alla magistratura, e sia da criticare pesantemente e pubblicamente? Come faccio a credere che uno come lui sia imparziale, terzo, sereno nei suoi giudizi?

Sono di quelli che pensa che Berlusconi sia una sciagura per il paese. Sono dei pochi (temo) che è convinto che in un paese davvero civile, come politico non dovrebbe neppure esistere. Spazzato via alla prima delle infinite cose grottesche che ha fatto e continua  a fare, perché è ignorante, volgare, sprezzante delle leggi del convivere civile. Ma mi spiace, amici della sinistra, non posso essere con voi a sostenere a gran voce che la procura di Milano fa il suo dovere in maniera serena e indipendente. La Procura di Milano fa politica, eccome, e lo fa in maniera impropria e pericolosa. Il processo Ruby è un pretesto, la penso esattamente come Marina Berlusconi. Il giorno dopo che è apparsa sui giornali la faccenda Ruby lui sarebbe dovuto sparire nella vergogna; il Paese, non la magistratura, avrebbe dovuto pretendere questo, e non a causa di un presunto atto sessuale, ma per la schifezza di un intervento d’autorità improprio, stupido, arrogante, maldestro, da personaggio di potere mafioso. Se questo paese non lo pretende,  allora diventano  i giudici quelli deputati a eliminarlo a tutti i costi? Ho sentito un signore (in palese malafede) dire in TV che non è così strano che abbia subito così tanti processi, perché in fondo è una persona esposta e potente. Caro signore, SB è l’unica persona esposta e potente in Italia? Davvero mi volete fare credere che se una banda di giudici decidesse di cominciare a mettere sotto processo una famiglia come gli Agnelli non troverebbe nulla? Per favore!

E per non rimanere indietro, in fondo il tema è lo stesso, vogliamo parlare dell’ineleggibilità? Di una persona eletta già non so quante volte? Che pena e tristezza. Siamo in democrazia, e c’è una parte che vuole far fuori per legge  il leader dell’altra parte perché non è in grado di farlo politicamente. Dobbiamo accorgerci ora che era ineleggibile? Mi sembra una concezione di guerra, e con uso di armi non ammesse! Certo,  è molto più difficile buttarlo fuori dalla vita pubblica per le vie giuste, perché occorre lavorare, lavorare, lavorare per far maturare un Paese che vota un signore che usa il Parlamento per sistemare qualche giovane amica, o che non manda casa con sberleffi un capo di un partito che ha avuto bisogno della magistratura per scoprire che il suo tesoriere aveva fatto sparire trenta milioni di Euro.  Certo, cara sinistra è più facile  fare la guerra  a SB (per interposta persona), senza tra l’altro rendersi conto che questo ha come risultato, come in ogni guerra, di compattare quelli dell’altra parte che comunque, magari  detestandolo, lo hanno comunque votato.

PS Che alluvioni di parole, di male parole, sarebbero arrivate sulla testa di un giudice non della “nostra” parte che parlando di una persona di origine araba parla di furbizia tipica della loro gente? Però se lo dice la Bocassini, tutti zitti…

 

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Come promesso, parte del week end e’ stata dedicata alla stesura delle risposte alle domande che gli studenti che hanno avuto per le mani il mio libro Scacchi e Scimpanze’ mi hanno fatto pervenire. Mi auguri ci sia un’altra occasione come questa, perche’ rispondere a domande cosi’ inattese e sorprendenti e’ stimolante e divertente..

Pianeta Galileo

mag
2013
07

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Lunedì 6 maggio 2013 il teatro Verdi di Firenze ha ospitato l’evento conclusivo del progetto Pianeta Galileo, voluto dal Consiglio Regionale della Toscana per promuovere la cultura scientifica nelle scuole secondarie superiori.  Tra le varie iniziative spicca quella della distribuzione di alcuni testi di divulgazione scientifica; quest’anno ce n’erano di matematica, chimica, fisica, neuroscienze, biologia. Il mio Scacchi e Scimpanzé era uno di questi, e per questo sono stato invitato all’evento conclusivo, durante il quale avevo a disposizione una mezzoretta per rispondere alle domande degli studenti. Domande che molto giudiziosamente sono state raccolte e mandate in precedenza agli autori, in modo da minimizzare i tempi d’attesa, e soprattutto da liberare gli studenti dall’emozione di parlare in pubblico. Dunque stamattina mi sono trovato con 5 colleghi al teatro Verdi che, pur essendo in centro e in un palazzo che dall’esterno non sembra imponente, contiene almeno 1300 posti a sedere. Appena lì, mi sono venuti incontro per salutarmi (una deliziosa signora che tra un mesetto diventerà mamma di Guido) e per essere sottoposto a intervista televisiva. Il che mi mette sempre in grande imbarazzo, non tanto per le stupidaggini che potrei dire, quanto perché ho paura di avere i pochi capelli totalmente fuori posto, la cravatta storta, la camicia con qualche macchia in evidenza, il labbro superiore che suda, insomma tutta una serie di mini incubi fantozziani. Ovviamente il tutto è cominciato con mezzora di ritardo, certe classi erano in arrivo da abbastanza lontano, ed in viaggio dalla mattina presto. La prima parte ha visto una ragazza di una scuola di indirizzo turistico raccontare la storia del teatro, poi un gruppo di un liceo musicale eseguire alcuni pezzi preparati col loro professore. Veramente un  momento emozionante, è veramente bello vedere ragazzi giovani che si dedicano a qualcosa di impegnativo, certamente non popolare tra i coetanei, lo fanno con impegno e dedizione, ed arrivano a risultati apprezzabili.  Arriva poi il momento degli autori. Per fortuna sono stato il secondo …

Le domande degli studenti mi sono subito sembrate bellissime, spesso ingenue, ma è proprio la loro ingenuità che le rende così interessanti … proprio vero che sono molto più spesso le risposte a essere stupide piuttosto che le domande. Insomma, sono rimasto sorpreso nel leggerle, mi sono molto divertito e, per non fare figli e figliastri, ho deciso di rispondere a tutti con una breve risposta scritta. Tra breve le metterò sul sito perché penso sia divertente dare un’occhiata per capire di che cosa sono curiosi, leggendo un libro di matematica.

Trasparenza

apr
2013
26

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Detesto cordialmente tutto quello che diventa moda, obbligo morale, slogan e regola di comportamento, soprattutto nel lavoro e in politica. In questo periodo ce l’ho con la trasparenza. C’è chi in nome della trasparenza chiede al Senato Accademico di spiegare i criteri di attribuzione degli spazi ai dipartimenti, chi costringe a fissare regole certosine da utilizzare in un concorso, c’è infine chi fa una bandiera del fatto che tutte le discussioni della sua parte  devono essere e saranno pubbliche (salvo poi, che coincidenza!, scoprire che la diretta per motivi tecnici sul più bello si interrompe).

Stamattina stavo facendo lezione e su questa questione mi è venuta come una folgorazione. Stavo spiegando che cosa sono gli equilibri correlati. Non mi metto qui a descrivere questa idea (straordinaria!), ma il punto essenziale di questo concetto è che in certi giochi i giocatori possono inventare un meccanismo per ottenere socialmente di più, mantenendo la regola inviolabile che eventuali accordi tra loro non sono vincolanti, nel senso che non esiste un’autorità che può imporre il loro rispetto (il dittatore di Hobbes, dal punto di vista filosofico). Ebbene questo meccanismo si basa sul fatto che i giocatori hanno una conoscenza solo limitata delle informazioni: viene proposto a ciascuno quel che deve fare, senza dirgli quel che viene detto agli altri. Il meccanismo può essere reso automatico, nel senso che non c’è bisogno che ci sia un ente superiore che dice che cosa bisogna fare. Basta che i giocatori impostino un computer e demandino a lui … Il risultato è che possono ottenere, in maniera cosciente e razionale, più di quello che otterrebbero condividendo tutte HGH le informazioni.

Insomma un’ informazione parziale per avere un vantaggio per tutti!

Si dirà che questo è teoria. Vero. Si dirà pure che troppi decisori nel chiuso delle loro stanze hanno fatto grandi porcherie. Verissimo. Ma è anche vero che:

  • L’esperienza mostra che fissare criteri prima di un concorso come fossero la lista della spesa porta a risultati grotteschi, e poi se chi fissa i criteri ha interessi personali, ovviamente bara sui criteri (soluzione? Semplice. Rendere non premiante l’assunzione di una persona inadeguata. Si chiama controllo a posteriori. E magari non funziona in un caso singolo, ma se un dipartimento in un tot numero di anni assume solo deficienti si vede eccome, e gli si tagliano i fondi!)
  • La trasparenza a tutti i costi uccide il senso di responsabilità. Questo è il risultato perché questo è l’algoritmo utilizzato. Ma per fare una graduatoria degli studenti del dottorato, o per dare un posto in un concorso in cui i candidati non possono essere troppi,  ho davvero bisogno di un algoritmo? Esiste una valutazione data dall’esperienza, oppure no? Posso prendermi la responsabilità di decidere quali delle persone che fanno domanda sembrano le più adatte?

In conclusione. Ben vengano le lotte per rendere le decisioni che riguardano molte persone più comprensibili, ci mancherebbe. Veniamo da un periodo in cui le cose venivano fatte, spesso male, troppo nel segreto e senza spiegazioni. Ma la necessità di trasparenza a tutti i costi rivela una grave perdita di prestigio delle istituzioni, siano politiche, o comitati e simili. E diventa un’arma terribile in mano a persone che trasparenti non lo sono e non lo sono mai state.

Sant Jordi

apr
2013
24

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La probabilità di fissare una data qualunque per un blitz a Barcellona nella speranza, poi concretizzata, di chiudere un articolo, e di trovarsi all’arrivo in mezzo a una giornata eccezionale, è davvero piccola.. quante sono le giornate eccezionali in un anno? Eppure sono riuscito ad arrivare proprio il 23 Aprile, la diada de Sant Jordi. Sono arrivato sulla Rambla verso le tre, e mi ha accolto una allegra e incredibile confusione. Chiusa alle auto, la Rambla principale aveva per una volta messo da parte le attività turistiche tradizionali per far posto a libri e rose. La festa del santo patrono qui infatti ha praticamente preso il posto del giorno di San Valentino. Gli amati oggi si omaggiano, e la tradizione vuole che la dama cerchi un libro per il suo cavaliere, che ricambia con una rosa. Nel tempo la tradizione si è un po’ annacquata, nel senso che i cavalieri in genere regalano rose e libri… Scendere con la valigia per quasi tutta la Rambla (la Residencia d’investigadors è in Carrer Hospital, una traversa della Rambla che si trova sulla destra scendendo verso il mare, all’altezza della fermata metropolitana Liceu, quindi a più di metà strada) è stata un’impresa ardua, almeno fino al momento in cui mi sono reso conto che la strada era chiusa alle auto, e che quindi  nelle corsie dei taxi si camminava con relativa facilità. Arrivato alla Residencia ho un po’ lavorato, per poi decidere di fare ancora una passeggiata, e scoprire che la folla delle sette di sera era ovviamente incomparabilmente superiore a quella delle tre del pomeriggio! Insomma, in certi momenti era come stare davanti a un semaforo rosso, non si riusciva ad avanzare. Eppure nonostante qualche reminiscenza agorafobica, in quella folla mi sono perso e divertito (per mezzora, non di più) e ho anche improvvisamente capito perché Barcellona è così speciale per me. Amo le città di mare, è un imprinting che viene dall’essere genovese. Cerco Genova dappertutto, lo so bene. Per questo mi piace Napoli, anche se non ci sto volentieri, credo che San Francisco sia la città più bella,  struggente e decadente (in certe sue parti) che abbia mai visitato, mi piace Haifa che pure di bello ha quasi nulla, ho nel cuore Marsiglia. Le città di mare, tutte caotiche, sporche, ventose, intriganti. Ognuno con qualche sua caratteristica, SFO così snob da farci freddo d’estate e caldo di inverno, Napoli incomprensibile persino per i napoletani, Barcellona così candida e zoccola nello stesso tempo.

Ma perché questo amore così spiccato per la capitale della Catalunya? Non basta il mare, Gaudì, non bastano gli eccessi… finalmente l’ho capito ieri: San Giorgio! Arrivare qui, evidentemente, anche se non lo sapevo, ha lo stesso sapore di quando, arrivando a Genova e percorrendo la sopraelevata, vedo Palazzo San Giorgio e ne ammiro la facciata. Che, detto sinceramente, non mi interessa per nulla se è opera d’arte o banale schifezza, per me è Genova che mi saluta, e mi sorride pur rimproverandomi dolcemente perché vado a trovarla troppo poco spesso.

 

34 anni fa

apr
2013
23

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Il 23 Aprile di trentaquattro anni fa era un lunedì, e a mezzogiorno circa la Cristina è volata in cielo, dove quelli che l’hanno amata speravano, o erano certi, che l’aspettasse la sua mamma. Era da quattordici anni che ci conoscevamo, precisamente dall’inizio della prima liceo: lei faceva parte di un gruppetto di ragazze che confluiva nella mia classe, essendo la loro stata smembrata. Ma, come a volte succede, anche nella nostra si sono formati gruppetti che poi tendono a rimanere separati, e noi eravamo finiti in due differenti, per cui praticamente non ci siamo parlati davvero fino a metà della terza liceo, quattro mesi prima della maturità. In effetti, è stata la sua amica Gianna, con cui avevo maggiore confidenza, a raccontarmi quanto fosse giù per la morte della mamma, avvenuta il settembre precedente. Così Cristina è venuta qualche volta a studiare a casa mia e insomma succede quel che a volte succede tra compagni di scuola:,  facciamo coppia ( smettiamo di studiare assieme). Non voglio oggi raccontare la nostra storia, che comunque racconterei solo a qualcuno con cui mi sento davvero di farlo. Voglio solo dire che nel dicembre del 1973 ci siamo sposati. E poi abbiamo cominciato a  convivere davvero seriamente alla fine del 1975, di ritorno da un famigerato soggiorno passato in divisa a Bologna. La sola cosa che voglio ricordare di quei tre anni e mezzo dalla fine del 1975 al 23 Aprile del 1979 è che, forse un po’ curiosamente, sono stati i più belli: per me molto meglio il matrimonio del fidanzamento. Poi la sua malattia, e il suo ultimo periodo, precisamente dal 10 Marzo al 23 Aprile. E’ a quello che penso spesso. Perché, lo ricordo bene, domande senza risposta mi affollavano la mente: la più ovvia, perché lei e non io? E’ difficile accettare che la vita ci  dica in maniera così brutale che a volte non conta come ti sei comportato, quel che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, per ottenere un premio, o almeno una grazia. Insomma, ho passato un (breve) periodo in cui la mia vita non aveva più un senso. Poi, per fortuna rapidamente, mi sono reso conto che sarei sopravvissuto. Per fortuna perché sono stato più sereno gli ultimi tempi, abbiamo passato bene gli ultimi periodi assieme. Lei non era né triste né disperata, non potevo esserlo nemmeno io.

Una volta che ho capito che sarei sopravvissuto, ho anche capito che avrei voluto farlo bene. E così ho cercato di fare. Rispetto chi fa scelte radicali, chi pensa che ci sia una sola persona nella nostra vita, ma per me è stato sempre diverso, e rivolere una vita simile a quella fatta con lei mi sembrava il più bell’omaggio che le potessi fare.

Rimaneva la domanda. Ma che senso hanno le nostre vite? Che senso ha avuto la sua? Che cosa mi sarebbe rimasto?

Oggi posso rispondere, perché so che lei è ancora con me. Credo non passi giorno che non ci pensi, ci penso con tenerezza, con serenità, con affetto. So, sento che qualcosa di lei è passata anche ai miei figli, so che la nostra vita assieme è stata breve ma preziosa, so che stare insieme 11 anni, anche nei momenti più difficili, e ce ne sono stati, non è stato un’esperienza vana. Forse è retorica, ma una parte di lei è davvero rimasta con me, e mi accompagnerà per sempre

LUCIA

mar
2013
14

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Ieri, martedì 12 Marzo, dopo una mattinata passata nello studio a fare le solite cose, compresi un paio d’esami abbastanza innervosenti, alle 14 ho preso il Frecciarossa per Roma, dove l’indomani mi aspettano un seminario alla Sapienza e una presentazione in una libreria. Il viaggio è comodo, il treno non è né troppo rumoroso né troppo pieno, l’unico problema i signori che si prendono il biglietto nella zona silenzio per fare/ricevere poi almeno una decina di telefonate in tre ore. Il bello è che quello davanti a me sono sicuro che si senta particolarmente educato, visto che parla sì, ma con una mano davanti alla bocca, per rendere il rumore più soft. Devo ammettere che non è fastidioso, quindi non reagisco e mi metto a lavorare un po’. Il treno è ottimo per questo. Nonostante il treno assicuri la connessione internet (a pagamento), nonostante questa non serva perché l’Ipad è connesso con lo stesso sistema 3G (gratis), navigare in Internet per mail varie (mania ossessivo-compulsiva, ahimé) è spiacevole perché data la velocità del treno la connessione è lenta e difficoltosa. Meglio così! Nello zaino giacciono parecchie cose da leggere, e questa è un’ottima occasione per dedicarmici senza distrazioni.  E così faccio, fino all’arrivo alle porte di Roma, quando decido di aprire l’Ipad e dare un’occhiata a Facebook. Ho resistito parecchio a FB, poi un anno che al mare mi annoiavo Alberto mi ha iscritto, e da allora mi diverto a spiare colleghi, studenti o ex-studenti  ecc ecc. C’è di tutto su FB, ed è davvero uno specchio divertente e deformato delle persone. Deformato sì, ma la figura deformata proviene sempre da qualcuno…così c’è il collega che fa il serio e l’importante all’Università, chiede l’amicizia ai colleghi poi scrive barzellette stupide e sconce, altri che informano amici e parenti dei loro movimenti (almeno quelli che li mettono in buona luce) fidanzati che si scrivono mi piace a vicenda, insomma un campionario futile e divertente, per 5 minuti max al giorno. MI sono dilungato su questi aspetti, per mettere in evidenza l’approccio minimalista e poco serio di quando si legge FB, o meglio io leggo FB. Si può capire quindi il martellamento improvviso e violento del cuore quando in un post leggo

In memoriam

E vedo la foto di una collega di Via Saldini di tanti anni fa. Ma come? Lucia? Lucia De Biase non c’è più, ma come è possibile? Lucia ha trentacinque, o forse quarant’anni… No Lucia non ha quarant’anni, li aveva quando li avevo io,  e io non ho più quell’età.  Ma lei per me ha ancora quarant’anni…

Nel 1983 sono andato a Milano, prendendo un incarico in Statale, visto che avevo moglie e figlio in Brianza. Non avevo grandi contatti al dipartimento di matematica di Via Saldini, per cui spesso ero solo. Il mio studio era imbucato in una stanza del palazzo, tranquilla e comoda, anche se con la finestra che dava in un cortile chiuso per cui a luglio bastava respirare per essere fradici di sudore, visto che non c’era la minima circolazione d’aria. Per andare nello studio passavo davanti ad un altro studio singolo e molto piccolo, con la porta spesso aperta. Dentro c’era Lucia. Va da sé che cominciamo a salutarci, poi a scambiare qualche chiacchiera. Basta poco per prendere l’abitudine di andare a mangiare qualche panino assieme, fino al punto che questa diventa una bella abitudine, almeno nei giorni in cui i nostri orari sono compatibili. Si parla di tante cose, ovviamente del lavoro, ma anche dei figli (lei Davide, io Andrea) e delle spesso turbolente dinamiche familiari.

Il ricordo più dolce che ho di lei è che un giorno d’inverno, o forse di autunno avanzato, usciti da un bar per il canonico panino, mentre come al solito stavo parlando a mitraglia lei mi ha interrotto, dicendomi:

scusa, ma devo proprio dirti una cosa: puoi dire a tua moglie che ti dia qualcosa di pesante da metterti? Fa un freddo cane, ma tu non te ne sei ancora accorto…

Non voglio far retorica. La nostra non è stata un’amicizia, non so che cosa avesse davvero dentro, non so se i nostri caratteri fossero adatti, e quando sono poi partito per l’America il contatto con lei è naturalmente cessato. Per non riprendere al mio ritorno, anche perché pur restando di base a Milano ho cominciato a vagare per sedi staccate. Ma rimane il ricordo di quella forma di accoglienza in Via Saldini che ha il suo volto, rimane il fatto che per me lei ha ancora quarant’anni e non riesco a credere che una malattia l’abbia portata via (come se una malattia non possa portare via anche a quell’età).

Lo so, sono così scombussolato per una forma estrema di solipsismo, sto improvvisamente accorgendomi che il tempo è brutalmente passato anche per me. Credo, spero di avere ancora tante belle cose davanti, ma molto è passato. Da domani, tutto questo si stempererà, ma mi conosco: Lucia ritornerà di tanto in tanto nei miei pensieri, e i miei occhi invisibili rivedranno il suo volto.

Non credo che sia opportuno scrivere post lunghi, ma questo è un  omaggio che le ho voluto fare.

Ciao Lucia

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Sono convinto (ragione) che uno debba tifare le squadre italiane nelle coppe, persino la Juve o l’Inter, perché se vincono acquistiamo punti nel ranking UEFA, e questo ha i suoi vantaggi. Pero stasera:

1)      Adoro la Catalunya, mi piace la Spagna e Barcellona, trovo gli spagnoli simpatici e le spagnole deliziose (sentimento)

2)      Adoro Messi, perché non solo è un campione, è un campione modesto, non è il fighetto alla Ronaldo, e poi, che sostanza! (ragione)

3)      Detesto (ragione e sentimento) a 360 gradi il presidente del Milan che se fossimo un paese in genere un po’ meno pusillanime e prono ai potenti avremmo già mandato in pensione a godersi le femmine che riesce a comperare (e non sono poche, porca miseria!)

Per cui stasera, accendendo la televisione, con un bel 20 minuti di ritardo (colpa di un articolo per un giornale da ricavare da uno scritto per una rivista, che avevo promesso per stasera e che avevo dimenticato, salvo un improvvisa folgorazione durante la cena), ero ben deciso a tifare Barcellona (ragione e sentimento).

Però mi spiegate, belin!, come si fa a tifare per una squadra che veste i suoi calciatori in modo che sembrano un molto malriuscito esperimento genetico di tulipani mezzo marciti?(estetica).

   

 

Morale, ho guardato la partita senza nessuna passione, rinviando il tifo alla partita di ritorno