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Il 17 Marzo 2003 l’Università Federico II di Napoli ha dato la Laurea H.C. a John F. Nash Jr, una grande idea avuta da qualcuno che si era accorto che questo signore, Nobel Laureate in Economics, secondo la locuzione inglese, in realtà non aveva mai conseguito una laurea in Economia. Quel giorno ho conosciuto J. Nash, e mi piace raccontare la mia storia personale in relazione a questo personaggio eccezionale. Parlando di lui non riesco a trattenermi e a sintetizzare, per cui sarò prolisso, ma pazienza…

Ovviamente come matematico conoscevo bene il nome di J.Nash già negli anni 80, forse meglio della maggior parte degli amici che lavorano nelle discipline più classiche come l’analisi, la geometria e la fisica matematica, perché il suo nome era legato anche ai famosi equilibri di Nash, che un sedicente esperto di teoria dei giochi non può proprio ignorare …

Dunque sono stato molto contento quando nel 1994 ho saputo del premio a lui assegnato, ma la cosa sarebbe finita lì se qualche anno dopo non avessi letto il libro di S. Nasar, A beautiful mind, che in Italia è uscito col titolo Il genio dei numeri (pare che in Italia un libro che parla di matematica, se vuole vendere qualche copia, debba contenere la parola numero nel titolo, mah).

Questo bel  libro ponderoso ha cambiato la vita di un certo numero di persone: sicuramente quella della  Nasar, che  ne ha ricavato una cattedra in una prestigiosa Università, e di Nash, perché è leggendo il libro che un qualche signore ha deciso di girare un film sulla vita del suo protagonista … e a sua volta il film ha fatto di lui una star, dal momento che premiati dal Nobel sono un certo numero, ma quelli che sono anche protagonisti di un film sono molto pochi …

Quel libro ha avuto anche un impatto notevole su di me. Diciamo pure che ha portato la mia ammirazione verso Nash a livelli stratosferici, insomma mi sono innamorato del personaggio. La cosa curiosa è che sono convinto che se fossi stato un suo coetaneo e conoscente non mi sarebbe stato molto simpatico, e forse umanamente non lo avrei ammirato affatto. Era in effetti un ragazzo piuttosto antipatico, e poi un giovane uomo alquanto arrogante, nonché pieno di difetti anche gravi (ad esempio, non ha mai legalmente riconosciuto un figlio, pur non avendo mai negato di esserne il padre, al punto che questo suo figlio ha persino avuto una particina nel film!). Ma leggendo di lui, del suo genio e delle sue peripezie, devo ammettere che mi è nata una grande curiosità di capire l’uomo, e una grande ammirazione per un genio che ha avuto una vita davvero difficile. Comunque proprio a causa del film mi sono dovuto occupare ancora più concretamente di lui; a parte qualche recensione del film sui vari giornali e riviste,  ho scritto articoli su Nash sia su giornali sia su riviste di divulgazione scientifica, ho fatto conferenze sui suoi contributi alla teoria dei giochi, ho tradotto per i tipi di Zanichelli il libro,curato da Kuhn e Nasar, in cui si davano ulteriori notizie della sua vita e venivano raccolti i suoi lavori scientifici più rilevanti; infine, ho parlato di lui varie volte al festivaletteratura a Mantova …

Chiaro che quando ho saputo che sarebbe venuto a Napoli sono entrato in grande agitazione, perché volevo esserci, e possibilmente incontrarlo. Visto che appena ho telefonato all’organizzazione mi è stato detto che tutti i posti erano esauriti, ho provato a telefonare a un mio amico, persona molto influente nel mondo matematico, non solo napoletano, per vedere se poteva procurarmi un biglietto d’ingresso … nulla da fare. In realtà poi è andata diversamente. Qualche anno prima, a un convegno a Venezia dove Kuhn aveva presentato il suo libro con la Nasar, avevo conosciuto una giovane giornalista, Maria Zuppello, venuta al convegno per parlare con Kuhn. Siamo in quell’occasione diventati amici, e quindi le ho fatto sapere che c’era Nash a Napoli, ma che purtroppo non potevamo andarci perché non c’era più posto. Dopo mezzora mi ha richiamato dicendomi tutto di un fiato che aveva ottenuto venti minuti di intervista esclusiva con Nash, e che aveva segnalato di aver bisogno di essere accompagnata di un consulente scientifico … Grazie Maria, non me lo dimenticherò mai, anche se sei finita in Brasile e ho perso i contatti con te per anni, mi hai fatto incontrare Nash e parlare con lui!

Figurarsi dunque l’emozione quando qualche giorno fa ho scoperto che, dopo 10 anni, con un po’ di fortuna avrei avuto la possibilità di incontrarlo di nuovo, o perlomeno di vederlo su un palco. Era infatti l’ospite d’onore a un convegno tenuto all’Università di Bergamo. C’era molta curiosità di rivedere una persona che ormai ha 85 anni, e di cui non avevo sentito più parlare. Ho prenotato un posto e, appena arrivato, passando per un corridoio per andare verso le prime file, ho incontrato il collega che lo aveva invitato. Ovviamente mi ha salutato e mi ha detto che Nash era chiuso in una stanza per sottrarlo alla curiosità delle persone, invitandomi poi a entrare per salutarlo. Quindi sono entrato, e l’ho visto vicino a Odifreddi; nella stanza c’era anche Alicia (che ho riconosciuto dopo un attimo, visto che è molto dimagrita, rispetto a 10 anni fa).

A questo punto succede una cosa per me surreale. Piergiorgio mi vede, e per gentilezza si alza e mi saluta. A quel punto si alza anche Nash per salutarmi … eh no, il mondo oggi gira alla rovescia, Nash che si alza per salutarmi? Non riesco a crederci! Comunque, lo saluto anche io e gli ricordo che ci eravamo incontrati a Napoli, dove avevo assistito alla sua intervista da parte di Maria.  Poi esco, perché so che comunque è una persona che si agita con gli estranei e che è meglio lasciare tranquillo…

Ora arriva il momento di parlare delle impressioni avute durante il convegno (lo chiamo così anche se è improprio, ma non saprei come altrimenti chiamarlo, brevi saluti, 3 minuti di tutorial di TG(!) e poi domande a Nash).

Intanto, durante la prima parte lui era seduto in prima fila, e non so quanto abbia sentito e capito visto che le persone parlavano quasi tutte in italiano, e solo dopo 10 minuti su suggerimento di PG che mi ha visto vicino a lui gli ho passato le mie. Ma questo non ha granché importanza: non ha perso nulla. E’ arrivato poi il suo turno.

Credo di aver perso, non solo io, la metà delle cose che ha detto. Fa fatica a parlare, spesso si allontana dal microfono, e in certi momenti la pur brava traduttrice si fermava perché non capiva. Comunque ha ribadito che si occupa tuttora del cosiddetto programma di Nash, cioè un tentativo di creare un modello che faccia in modo di includere la teoria cooperativa all’interno di quella non cooperativa. Nulla di strano, lui è il padre di quest’ultima, e capisco la sua ambizione di riportare  tutto nel suo alveo. Però ha detto le stesse identiche cose 10 anni fa, e non ha pubblicato nulla (anche se ha menzionato due lavoretti) da un sacco di tempo (trent’anni almeno). E poi ha 85 anni, che problema c’è se smettesse di occuparsi di matematica?

Ho pensato che forse parla di questo perché se invitato non potrebbe certo dire che si occupa d’altro o fa il pensionato … ma allora perché accettare questi inviti? Oltre a tutto sono convintissimo che, come del resto gli è sempre successo, parlare in pubblico non gli garbi mica poi tanto …

Sono personalmente convinto che la molla che lo spinge sia economica. Nash ha guadagnato qualcosa fino ai 30 anni, poi ha perso il lavoro e non lo ha più riavuto. Il premio Nobel gli ha portato un bel riconoscimento  (che comunque ha dovuto condividere con due colleghi), forse dal film ha tratto qualcosa, ma certamente per lui i soldi sono stati e forse sono un problema, anche a causa delle costose cure che sono necessarie per il figlio, malato della sua stessa malattia  (povera Alicia, che vita deve aver fatto).

Tutto questo, comunque, per me è abbastanza triste. Ma non importa. Lui merita comunque sempre la nostra ammirazione, il nostro rispetto, l’onore che si dà a qualcuno di eccezionale, e che ha avuto una vita molto speciale e molto difficile.

Bilanci e propositi

ago
2013
27

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La vacanza, soprattutto quella albarelliana, è anche un’occasione per ripensare un po’ all’anno passato, e a quel che mi aspetta nell’anno futuro…il mio anno effettivamente comincia il primo settembre, anzi, siccome sono un po’ anarchico, ai primi di Settembre, data imprecisata dipendente dagli anni e dagli umori (in realtà gli inizi sono due… perché un altro inizio molto importante è quello delle lezioni… fine Settembre). Ebbene, l’anno passato è stato caratterizzato dalla novità della richiesta, da parte del direttore, di fare il coordinatore del dottorato di Modelli e metodi matematici per l’ingegneria, detto M^3I. Ho debolmente obiettato, poi ho accettato quando lui ha reiterato la proposta…secondo me è un impegno per cui una persona più giovane sarebbe più adatta, ma devo ammettere che per vari motivi ho capito la sua proposta, e quindi dire di sì non mi è costato granché. E non avrei rifiutato neanche se la cosa non mi fosse proprio garbata,  perché ritengo che uno debba essere disponibile quando gli viene richiesto qualcosa; in effetti poi è un tipo di lavoro che non mi spiace, ho bisogno ogni tanto di sentirmi parte più integrante della struttura…D’altra parte, testardo come ogni buon ariete,  non ho voluto rinunciare agli impegni precedentemente presi. Morale: è stato un anno tiratissimo! Per la didattica, ho fatto i due soliti corsi in presenza, i due online, e il corso di dottorato. Poi ho fatto anche qualche viaggio. Precisamente, se ricordo bene, Sofia Antipolis, Barcellona, Parigi, Barcellona, Caserta, Messina, Sofia, Barcellona, Sofia Antipolis…tutte esperienze interessanti e positive (da ognuna nasce almeno un articolo). In particolare, la prima volta a SA sono andato perché membro di una commissione di dottorato all’Eurecom. La cosa è stata oltremodo positiva, in quanto non solo sono stato in un posto nuovo, ma sono nati discorsi e sono state sviluppate idee, col primo risultato pratico che Michela, mia collaboratrice emigrata proprio lì per motivi di cuore, è riuscita a trovare un post-doc proprio in Eurecom! Ho anche organizzato il solito convegno chiamato GT@UM(III) (Game Theory at the Universities of Milano, III), ho seguito almeno 5 persone in tesi, e ho in ballo un certo numero di lavori che, spero proprio, al rientro a settembre vedranno la loro veste definitiva… Tutto bene? Direi proprio che lamentarsi sarebbe una bestemmia. Certo, fare il coordinatore del dottorato porta snorting ambien via del tempo, e dico porta via per indicare il tempo inutile, non quello dedicato a fare cose utili, che ci sta!  Ma quante riunioni insulse, discussioni vuote, procedure stucchevoli, in nome dell’informatizzazione, della trasparenza, dell’uniformità, insomma in nome di cose non troppo sensate. Colpevoli? Tutti, sia chiaro, perché il ministero rompe, e parecchio, ma poi rompe anche il Politecnico…ma pazienza, niente è perfetto;  il mio lavoro tutto sommato è per me davvero una situazione di eccellenza. La cosa più importante, dal punto di vista sociale, che sento di fare è che coloro che si laureano da noi, a Ingegneria Matematica, non hanno nessun problema, proprio nessuno, a trovare immediatamente un posto di lavoro. Giuditta non ha accettato la mia proposta di una borsa di dottorato perché ha trovato qualcosa che le interessava di più…sembra di parlare di un posto esotico, eppure è qui, in Italia, quella della crisi e delle prospettive zero per i giovani…non sono proprio nulle le prospettive, tutto sommato. Insomma, essere parte e coprotagonista di un progetto che ha buone ricadute su giovani che vengono da noi per imparare qualcosa da spendere nel mondo del lavoro, per me è motivo di grande orgoglio, e mi fa pensare di aver ben reso allo stato che mi paga tutto quanto mi ha dato.

In conclusione, un anno veramente ricco, interessante, breathless…dimenticavo l’ebook! E’ in corso la revisione di un piccolo ebook che ho preparato per Pearson-Bruno Mondadori…dimenticavo, due minicorsi per le scuole! Anche quelli mi costano fatica, soprattutto nella preparazione, ma poi sono soddisfazioni…

Quindi i propositi per l’anno che viene sono semplici: continuare, possibilmente, così! Con qualche aggiustamento, però. Per esempio, quest’anno non ho preso due giorni due di pausa dal lavoro: il primo gennaio ero a Milano, certo non a lavorare per 10 ore, ma a lavorare sì! Allora va bene Barcellona, va bene Parigi (certo che ci torno, in entrambe le città), forse faccio persino un salto in Cile, dove ho un interessante invito, ma devo imparare che tirare il fiato ogni tanto è un fatto di efficienza! E dunque, finiti i corsi, una settimana di vacanze, magari in qualche posto termale dove rimettere a posto una gola che mostra segni di affaticamento… e poi qualche cinema, qualche teatro…insomma a Milano non c’è solo il Politecnico!

Odissea siciliana

giu
2013
18

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Sarebbe come, una mattina…*

Partenza da Malpensa alle 14.35, destinazione Catania, volo Easy Jet. Unico a fare lo speedy boarding, nessuna coda e attesa tranquilla in mezzo a famigliole, in particolare spicca una giovane mamma, innamorata persa e incredibilmente orgogliosa della sua bimba neonata, di cui racconta tutto e di più a quelli attorno che guardano la sua bimba. Volo fantastico, l’Italia è bellissima anche dall’alto, anche se sto leggendo un lavoro (che devo leggere per domattina) vedo il Vesuvio, Ponza Ischia e Capri, e poi l’annuncio del comandante che si comincia la discesa, arrivo previsto tra mezzora, con cinque minuti d’anticipo. Il tutto ammirando lo spettacolo delle Eolie. Ecco l’Etna, con la sua nuvoletta attorno alla cresta, e ai suoi piedi Catania.  Le hostess, che hanno passato metà del loro tempo a fare feste e chiacchierare con la giovane mamma e col babbo che però al momento è un accessorio, non si capisce bene se più innamorato della moglie o della bimba, si siedono e si allacciano le cinture. Dopo 10 minuti si alzano, una va in cabina di pilotaggio, l’altra aspetta in piedi. Poi vanno in fondo all’aereo, poi parlano con la amica-mamma… comincio a essere inquieto, ma non troppo perché l’amica mamma e il marito paiono tranquilli. Atterriamo più di un’ora dopo, perfettamente, e ci apprestiamo a uscire, quando il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e ci prega di stare seduti perché c’è stato un problema idraulico e devono fare dei controlli…sembra piuttosto adrenalinico, ma in effetti dopo due minuti ci fanno uscire. Nel frattempo avevo visto il carro dei pompieri a fianco della pista, e mi sono ricordato di quella volta, 23 anni fa, in cui tornando dalla California sul volo non stop LA Milano, mi sono insospettito e innervosito perché abbiamo preso la direzione del Giappone, paese che non mi interessava proprio visitare. E infatti dopo 20 minuti l’annuncio “Torniamo indietro” (eravamo andati a scaricare un bel po’ di carburante sul Pacifico) e mi sono visto una spettacolare parata di ambulanze e carri dei pompieri attorno alla pista (normali procedure di sicurezza richieste dalle assicurazioni); anche quella volta problema idraulico, non era rientrato il carrello, non si può volare tredici ore col carrello giù… insomma, finalmente scendo dall’aereo, con un pensiero di ringraziamento al pilota che, credo, abbia fatto un lavoro davvero eccezionale, ed è atterrato con una dolcezza incredibile. Vado a prendere la corriera per Messina, che finalmente arriva; solita calca per salire, metto la valigia nel bagagliaio e toccandomi la tasca dei pantaloni  mi rendo conto che non ho più il borsellino (bancomat, patente, tessera sanitaria…i pochi soldi sono il meno). Attimo di panico poi la decisione: non salgo sul pullman, torno indietro, visto che comunque è domenica, arriverò un po’ più tardi. Rientro in aeroporto, mi guardo attorno indeciso, e finalmente trovo l’ufficio informazioni. Chiuso. Cerco e trovo l’ufficio oggetti smarriti. Chiuso. Mi guardo attorno e vedo la giovane mamma. MI avvicino, le chiedo gentilmente se è un hostess della EJ (domanda scema che serve da introduzione…) e le spiego la faccenda. Mi dice di ricordarsi di me, di non preoccuparmi che porteranno il borsellino al Lost and Found … mi faccio coraggio e le dico che ho visto che una delle hostess era sua amica –per caso non ha il suo cellulare?- Sì, aspetti, le ho detto di farmi uno squillo … per farla breve, riesce a parlare con l’amica, che le dice che il marito ha lasciato il libro che leggeva sull’aereo, e che hanno trovato il mio borsellino; sospiro di sollievo. Morale, dice che mi conviene provare  a passare all’ Ufficio Oggetti Smarriti … ma è chiuso!. “Guardi, vada dai Carabinieri, sono proprio lì davanti” … ringrazio e saluto lei e il marito, e faccio un sorriso a Marisole, che finalmente ride contenta, si vede che le orecchie hanno smesso di far male.  Vado dai carabinieri, alla scrivania è seduto un appuntato, di fronte un’addetta dell’aeroporto, e spiego la situazione. “Deve essere questo, come si chiama?”. Mi riprendo il mio borsellino, dopo aver controllato il contenuto e firmato qualche carta, in effetti l’addetta lo stava consegnando, e l’appuntato stava scrivendo il verbale (temo anche di aver interrotto un’amabile conversazione…).

 Morale, quando si è distratti poi bisogna ingegnarsi il doppio e … avere anche fortuna. Esco col mio borsellino, vedo l’hostess che esce dal parcheggio, la raggiungo la ringrazio le auguro una buona vacanza e le chiedo il nome, per poterlo mettere sul sito…

Grazie Letizia, sei stata paziente e gentilissima!

Vado di nuovo alla fermata del pullman, essendo festivo quello di un’ora dopo non c’è (beh, mica posso lamentarmi), quindi devo aspettare un’ora e mezza, e poi un’altra ora e mezza di viaggio, insomma faccio prima a arrivare a Sofia. Ma è andata bene così, in fondo…

La sera mangio un boccone e bevo una birra in un Irish Pub. Tutto accettabile, meglio la birra. La mattina mi vengono a prendere per portarmi all’Università, e mi accorgo che non ho il cellulare… andiamo in dipartimento e poco dopo telefono e quando dico “ieri sera ero lì a cena” mi sento rispondere “Samsung nero”.  Ok ho capito, passo stasera…

 Inutile dire che non è finita qui.. Stamattina ho scoperto che tutte le cartelle della mia USB sono state massacrate dal computer di Sofia cui l’ho connessa per fare la mia presentazione (le date delle ultime operazioni a qualcosa searvono, no?). Un bel casino, chissà quando ho fatto l’ultimo back up…ma troverò una soluzione per limitare i danni… E adesso sulla corriera per l’aeroporto di Catania, non riesco aessere di cattivo umore. Nonostante le disavventure, sono stato trattato molto bene, e ho avuto l’impressione che la mia visita sia stata utile per loro. Quindi i soldi per la mia visita sono stati ben spesi… il che mi piace.

*Svegliarsi ed essere a Messina, Roberto Vecchioni

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So benissimo di essere una persona terribilmente disordinata e disorganizzata. Perdo tutto, anzi perdo le cose importanti, quelle futili ce le ho sempre attorno e mi danno fastidio. E’ un mio difetto che detesto davvero, perché mi provoca punizioni umilianti … multe, figuracce, incazzature. La burocrazia è la faccia delle regole del convivere, ed è indispensabile. La burocrazia dà da lavorare a molti, e anche questo direi che è un aspetto da non sottovalutare, in un momento in cui l’automazione rende meno importante il lavoro manuale dell’uomo: lavorare è un  diritto e un dovere, ma se la società abolisce il lavoro diventa poi difficile trovarlo. Ciò detto, e davvero con sincerità, credo anche che di burocrazia, di stupida burocrazia, si possa morire. Recentemente, in questi tempi di magra per la ricerca, mi è successo che il direttore di un laboratorio di ricerca francese (il laboratorio è francese, lui è greco!) mi ha proposto di darmi l’equivalente in Euro di una metà di borsa di dottorato, dicendomi di cercare l’altra metà per mettere una borsa  a concorso nella scuola di Modelli e metodi matematici per l’ingegneria. Vado dal mio direttore di dipartimento e la sua reazione è esattamente quella che mi aspetto “che figata! Ti do io il resto, non c’è proprio nessun problema”. Non mi avventuro a spiegare perché, in questi tempi di magra, non c’è nessun problema: è un fatto che abbiamo soldi in abbondanza per queste cose (benemerite!). Dunque, a fare i conti, un minuto da parte di Alexis (Paris Dauphine) per farmi la sua proposta, tre minuti di spiegazione al mio direttore (Piercesare) per completare il progetto. Se so fare i conti, all’incirca 5 minuti (approssimazione per eccesso). Questo succedeva a Febbraio. Poi a marzo sono stato a Parigi e ne ho parlato col loro responsabile. Oggi, fine maggio, forse la cosa si è risolta. Forse. Perché c’è sempre, fino a che tutte le firme non sono al loro posto, c’è sempre qualcuno che potrebbe fermare la procedura. Naturalmente adesso che siamo a scadenza, se manca una famosa firma, io devo rinviare di 6 mesi. Peccato che i francesi devono impegnare i soldi prima di sei mesi, altrimenti li devono rendere allo stato, perché inutilizzati!

Da 6 mesi circa sono il coordinatore del dottorato del nostro dipartimento. Siccome credo di saper giudicare abbastanza bene le persone, e quindi un po’ anche me stesso, mi permetto non solo di pensare ma anche di dire che sono per certi versi una persona particolarmente adatta a fare questo lavoro. Per altri, ovviamente quelli legati a regole e procedure, un vero disastro. Non riesco comunque a farmi una ragione del fatto che del tempo che dedico a questo compito, il 10% se ne va per problematiche legate ai dottorandi, ai colleghi coinvolti, all’organizzazione dell’attività scientifica, e il 90% a servire la burocrazia. Non scherzo e non esagero, di fatto è così. Faccio un esempio, uno solo. Gli studenti prendono il titolo di dottore di ricerca senza nessuna menzione, oppure con una menzione di merito, o infine con lode. La commissione, esterna al Politecnico, è l’unica deputata a decidere. Certo, il coordinatore di solito dice ai commissari quali sono le nostre usanze. Ma è anche successo, al mio predecessore, che un francese con la puzzissima sotto il naso gli abbia detto che non era la prima volta che faceva il commissario e che non aveva bisogno di suggerimenti. In altre parole, è la commissione che decide, sovrana, la menzione. Eppure io ho passato ore di discussioni sul problema angosciante di come giudicare gli studenti a ogni passaggio d’anno (prendendo una borsa pagata dallo stato, è richiesto un momento di verifica, per buttare fuori eventuali perditempo: non è ancora successo nel mio dottorato, ma succede): diamo A,B,C,D oppure passato/ripeti l’anno/fuori dalle balle? Ovviamente poi occorre esplicitare i criteri con cui do A,B,C,D: è la famosa trasparenza, un concetto tanto abusato che non ne posso più! Intanto, faccio osservare,  uccide il senso di responsabilità! Notare che poi di questi  A,B,C,D  non rimarrà nessuna traccia nel loro curriculum, però almeno hanno il vantaggio di essere un pretesto sontuoso per litigare tra colleghi! Nonché, ovviamente, un focolaio di lamentele da parte degli studenti che vanno poi a chiedere perché a me B e a lei A?

La burocrazia è un virus che contagia quasi tutti, solo pochi hanno gli anticorpi.

Ha un senso tutto questo? No, non lo ha, ne sono sicuro. Alexis, il responsabile di LAMSADE, con uno stipendio da responsabile di laboratorio, ci ha messo 5 minuti a darmi fiducia, a credere nel progetto che porto avanti con colleghi del suo laboratorio, e a allocarmi i soldi per una borsa da noi. La sua responsabile burocratica in compenso mi ha fatto impazzire perché nell’accordo voleva mettere che la sua università deve avere il diritto di veto sullo studente da noi selezionato! Senza sapere, ovviamente!, che in Italia il posto viene dato a concorso e che quindi, se c’è un vincitore del posto, nessuno glielo può togliere.  E poi mi spieghi cara Edith su che belin di basi potresti avere da ridire su una nostra scelta? Questo, comunque, non è nemmeno il punto cruciale. Il problema vero  è che il capo ha fiducia nel progetto, e il travet, che dovrebbe essere pagato per aiutarci a realizzare il progetto,  invece  parte dal presupposto che io sono inaffidabile e che il potere, un piccolo modestissimo potere, deve rimanere in mano sua. E se non è lei a voler questo, è qualche suo superiore, che si intasca uno stipendio ancora maggiore per queste pensate da genio!

Considerando che ormai siamo in un mondo globale in tutti i sensi, in cui occorre velocità, capacità di reazione, flessibilità, l’unico commento che mi viene da fare non  posso che prenderlo in prestito:

mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata.

(Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur , Tito Livio, Storie, XXI, 7, 1.           Tito, non eri uno stupido).

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Nel confronto di idee di ogni giorno, avverto ultimamente un disagio sempre più acuto, e questo mi mette in crisi … non riesco a capire se sono io che non capisco, oppure se più semplicemente non vivo nel posto giusto. D’altra parte ho origini protestanti, e questo magari ha il suo peso, anche se sono nato e cresciuto in ambiente cattolico. Ad esempio, una delle questioni che più mi affligge in questo periodo è questa: se hai deciso di aderire ad un’idea, a un progetto, a un partito o a una ideologia, devi poi accettare tutto o quasi quel che ne deriva, devi combattere i nemici, devi credere a quel che ti viene detto dai dirigenti della tua parte, devi aver deciso un giorno e non mettere più in discussione le cose, oppure nonostante l’adesione le libertà di giudizio, di critica, di dissenso devono essere sempre considerati beni irrinunciabili? E non è giusto assumere di non avere nemici, ma solo persone con cui confrontarti? (Veramente qualche nemico è inevitabile. I miei sono tutti quelli che prendono uno stipendio per rompere le balle a coloro che dovrebbero aiutare, come ad esempio le legioni di burocrati che si incontrano dappertutto, ma questa è un’altra storia, che racconterò prima o poi).  Non sto parlando di come esprimere il dissenso. Anche su questo del resto mi sento in posizione minoritaria. Perché, per esempio nel lavoro, ma non solo, soprattutto nei momenti in cui sono più coinvolto nella gestione, discuto nelle sedi competenti, e se le mie posizioni sono minoritarie e credo di dover criticare certe scelte allora penso di doverlo fare in maniera discreta, solo a chi di dovere, perché per me non ha senso criticare continuamente e pubblicamente il sistema decisionale di cui ci si sente parte. E questo in politica dovrebbe essere ancor più chiaro, ecco perché Renzi proprio non riesco a farmelo piacere -se sei dentro combatti all’interno, non fai campagna elettorale all’esterno-.

Mi reputo una persona di sinistra, sia pure in posizioni molto liberali. Sarei un liberal negli Stati Uniti, sarei laburista in Inghilterra, ho qualche mal di pancia per Hollande, ma sarei dalla sua parte, penso, in Francia. In Italia è un casino, ma non ho avuto nessun dubbio su chi votare, e l’ultima volta mi sono persino dato da fare per convincere i dubbiosi …

Però ci sono certe cose che non sopporto, proprio non le reggo. Ad esempio, perché i giudici vanno sempre e comunque difesi, quando sembrano prendere decisioni contro qualcuno che non ci piace? Perché tutti dalla mia parte strillano, in occasioni ben precise, contro gli attentati all’indipendenza della magistratura? Perché i giudici non possono sbagliare? E non intendo errori tecnici, intendo che sbagliano perché fanno scorrettamente il loro mestiere. Ingroia si è mostrato una persona indipendente? A nessuno viene il dubbio che una persona così politicizzata faccia del male alla magistratura, e sia da criticare pesantemente e pubblicamente? Come faccio a credere che uno come lui sia imparziale, terzo, sereno nei suoi giudizi?

Sono di quelli che pensa che Berlusconi sia una sciagura per il paese. Sono dei pochi (temo) che è convinto che in un paese davvero civile, come politico non dovrebbe neppure esistere. Spazzato via alla prima delle infinite cose grottesche che ha fatto e continua  a fare, perché è ignorante, volgare, sprezzante delle leggi del convivere civile. Ma mi spiace, amici della sinistra, non posso essere con voi a sostenere a gran voce che la procura di Milano fa il suo dovere in maniera serena e indipendente. La Procura di Milano fa politica, eccome, e lo fa in maniera impropria e pericolosa. Il processo Ruby è un pretesto, la penso esattamente come Marina Berlusconi. Il giorno dopo che è apparsa sui giornali la faccenda Ruby lui sarebbe dovuto sparire nella vergogna; il Paese, non la magistratura, avrebbe dovuto pretendere questo, e non a causa di un presunto atto sessuale, ma per la schifezza di un intervento d’autorità improprio, stupido, arrogante, maldestro, da personaggio di potere mafioso. Se questo paese non lo pretende,  allora diventano  i giudici quelli deputati a eliminarlo a tutti i costi? Ho sentito un signore (in palese malafede) dire in TV che non è così strano che abbia subito così tanti processi, perché in fondo è una persona esposta e potente. Caro signore, SB è l’unica persona esposta e potente in Italia? Davvero mi volete fare credere che se una banda di giudici decidesse di cominciare a mettere sotto processo una famiglia come gli Agnelli non troverebbe nulla? Per favore!

E per non rimanere indietro, in fondo il tema è lo stesso, vogliamo parlare dell’ineleggibilità? Di una persona eletta già non so quante volte? Che pena e tristezza. Siamo in democrazia, e c’è una parte che vuole far fuori per legge  il leader dell’altra parte perché non è in grado di farlo politicamente. Dobbiamo accorgerci ora che era ineleggibile? Mi sembra una concezione di guerra, e con uso di armi non ammesse! Certo,  è molto più difficile buttarlo fuori dalla vita pubblica per le vie giuste, perché occorre lavorare, lavorare, lavorare per far maturare un Paese che vota un signore che usa il Parlamento per sistemare qualche giovane amica, o che non manda casa con sberleffi un capo di un partito che ha avuto bisogno della magistratura per scoprire che il suo tesoriere aveva fatto sparire trenta milioni di Euro.  Certo, cara sinistra è più facile  fare la guerra  a SB (per interposta persona), senza tra l’altro rendersi conto che questo ha come risultato, come in ogni guerra, di compattare quelli dell’altra parte che comunque, magari  detestandolo, lo hanno comunque votato.

PS Che alluvioni di parole, di male parole, sarebbero arrivate sulla testa di un giudice non della “nostra” parte che parlando di una persona di origine araba parla di furbizia tipica della loro gente? Però se lo dice la Bocassini, tutti zitti…

 

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Come promesso, parte del week end e’ stata dedicata alla stesura delle risposte alle domande che gli studenti che hanno avuto per le mani il mio libro Scacchi e Scimpanze’ mi hanno fatto pervenire. Mi auguri ci sia un’altra occasione come questa, perche’ rispondere a domande cosi’ inattese e sorprendenti e’ stimolante e divertente..

Pianeta Galileo

mag
2013
07

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Lunedì 6 maggio 2013 il teatro Verdi di Firenze ha ospitato l’evento conclusivo del progetto Pianeta Galileo, voluto dal Consiglio Regionale della Toscana per promuovere la cultura scientifica nelle scuole secondarie superiori.  Tra le varie iniziative spicca quella della distribuzione di alcuni testi di divulgazione scientifica; quest’anno ce n’erano di matematica, chimica, fisica, neuroscienze, biologia. Il mio Scacchi e Scimpanzé era uno di questi, e per questo sono stato invitato all’evento conclusivo, durante il quale avevo a disposizione una mezzoretta per rispondere alle domande degli studenti. Domande che molto giudiziosamente sono state raccolte e mandate in precedenza agli autori, in modo da minimizzare i tempi d’attesa, e soprattutto da liberare gli studenti dall’emozione di parlare in pubblico. Dunque stamattina mi sono trovato con 5 colleghi al teatro Verdi che, pur essendo in centro e in un palazzo che dall’esterno non sembra imponente, contiene almeno 1300 posti a sedere. Appena lì, mi sono venuti incontro per salutarmi (una deliziosa signora che tra un mesetto diventerà mamma di Guido) e per essere sottoposto a intervista televisiva. Il che mi mette sempre in grande imbarazzo, non tanto per le stupidaggini che potrei dire, quanto perché ho paura di avere i pochi capelli totalmente fuori posto, la cravatta storta, la camicia con qualche macchia in evidenza, il labbro superiore che suda, insomma tutta una serie di mini incubi fantozziani. Ovviamente il tutto è cominciato con mezzora di ritardo, certe classi erano in arrivo da abbastanza lontano, ed in viaggio dalla mattina presto. La prima parte ha visto una ragazza di una scuola di indirizzo turistico raccontare la storia del teatro, poi un gruppo di un liceo musicale eseguire alcuni pezzi preparati col loro professore. Veramente un  momento emozionante, è veramente bello vedere ragazzi giovani che si dedicano a qualcosa di impegnativo, certamente non popolare tra i coetanei, lo fanno con impegno e dedizione, ed arrivano a risultati apprezzabili.  Arriva poi il momento degli autori. Per fortuna sono stato il secondo …

Le domande degli studenti mi sono subito sembrate bellissime, spesso ingenue, ma è proprio la loro ingenuità che le rende così interessanti … proprio vero che sono molto più spesso le risposte a essere stupide piuttosto che le domande. Insomma, sono rimasto sorpreso nel leggerle, mi sono molto divertito e, per non fare figli e figliastri, ho deciso di rispondere a tutti con una breve risposta scritta. Tra breve le metterò sul sito perché penso sia divertente dare un’occhiata per capire di che cosa sono curiosi, leggendo un libro di matematica.

Trasparenza

apr
2013
26

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Detesto cordialmente tutto quello che diventa moda, obbligo morale, slogan e regola di comportamento, soprattutto nel lavoro e in politica. In questo periodo ce l’ho con la trasparenza. C’è chi in nome della trasparenza chiede al Senato Accademico di spiegare i criteri di attribuzione degli spazi ai dipartimenti, chi costringe a fissare regole certosine da utilizzare in un concorso, c’è infine chi fa una bandiera del fatto che tutte le discussioni della sua parte  devono essere e saranno pubbliche (salvo poi, che coincidenza!, scoprire che la diretta per motivi tecnici sul più bello si interrompe).

Stamattina stavo facendo lezione e su questa questione mi è venuta come una folgorazione. Stavo spiegando che cosa sono gli equilibri correlati. Non mi metto qui a descrivere questa idea (straordinaria!), ma il punto essenziale di questo concetto è che in certi giochi i giocatori possono inventare un meccanismo per ottenere socialmente di più, mantenendo la regola inviolabile che eventuali accordi tra loro non sono vincolanti, nel senso che non esiste un’autorità che può imporre il loro rispetto (il dittatore di Hobbes, dal punto di vista filosofico). Ebbene questo meccanismo si basa sul fatto che i giocatori hanno una conoscenza solo limitata delle informazioni: viene proposto a ciascuno quel che deve fare, senza dirgli quel che viene detto agli altri. Il meccanismo può essere reso automatico, nel senso che non c’è bisogno che ci sia un ente superiore che dice che cosa bisogna fare. Basta che i giocatori impostino un computer e demandino a lui … Il risultato è che possono ottenere, in maniera cosciente e razionale, più di quello che otterrebbero condividendo tutte HGH le informazioni.

Insomma un’ informazione parziale per avere un vantaggio per tutti!

Si dirà che questo è teoria. Vero. Si dirà pure che troppi decisori nel chiuso delle loro stanze hanno fatto grandi porcherie. Verissimo. Ma è anche vero che:

  • L’esperienza mostra che fissare criteri prima di un concorso come fossero la lista della spesa porta a risultati grotteschi, e poi se chi fissa i criteri ha interessi personali, ovviamente bara sui criteri (soluzione? Semplice. Rendere non premiante l’assunzione di una persona inadeguata. Si chiama controllo a posteriori. E magari non funziona in un caso singolo, ma se un dipartimento in un tot numero di anni assume solo deficienti si vede eccome, e gli si tagliano i fondi!)
  • La trasparenza a tutti i costi uccide il senso di responsabilità. Questo è il risultato perché questo è l’algoritmo utilizzato. Ma per fare una graduatoria degli studenti del dottorato, o per dare un posto in un concorso in cui i candidati non possono essere troppi,  ho davvero bisogno di un algoritmo? Esiste una valutazione data dall’esperienza, oppure no? Posso prendermi la responsabilità di decidere quali delle persone che fanno domanda sembrano le più adatte?

In conclusione. Ben vengano le lotte per rendere le decisioni che riguardano molte persone più comprensibili, ci mancherebbe. Veniamo da un periodo in cui le cose venivano fatte, spesso male, troppo nel segreto e senza spiegazioni. Ma la necessità di trasparenza a tutti i costi rivela una grave perdita di prestigio delle istituzioni, siano politiche, o comitati e simili. E diventa un’arma terribile in mano a persone che trasparenti non lo sono e non lo sono mai state.

Sant Jordi

apr
2013
24

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La probabilità di fissare una data qualunque per un blitz a Barcellona nella speranza, poi concretizzata, di chiudere un articolo, e di trovarsi all’arrivo in mezzo a una giornata eccezionale, è davvero piccola.. quante sono le giornate eccezionali in un anno? Eppure sono riuscito ad arrivare proprio il 23 Aprile, la diada de Sant Jordi. Sono arrivato sulla Rambla verso le tre, e mi ha accolto una allegra e incredibile confusione. Chiusa alle auto, la Rambla principale aveva per una volta messo da parte le attività turistiche tradizionali per far posto a libri e rose. La festa del santo patrono qui infatti ha praticamente preso il posto del giorno di San Valentino. Gli amati oggi si omaggiano, e la tradizione vuole che la dama cerchi un libro per il suo cavaliere, che ricambia con una rosa. Nel tempo la tradizione si è un po’ annacquata, nel senso che i cavalieri in genere regalano rose e libri… Scendere con la valigia per quasi tutta la Rambla (la Residencia d’investigadors è in Carrer Hospital, una traversa della Rambla che si trova sulla destra scendendo verso il mare, all’altezza della fermata metropolitana Liceu, quindi a più di metà strada) è stata un’impresa ardua, almeno fino al momento in cui mi sono reso conto che la strada era chiusa alle auto, e che quindi  nelle corsie dei taxi si camminava con relativa facilità. Arrivato alla Residencia ho un po’ lavorato, per poi decidere di fare ancora una passeggiata, e scoprire che la folla delle sette di sera era ovviamente incomparabilmente superiore a quella delle tre del pomeriggio! Insomma, in certi momenti era come stare davanti a un semaforo rosso, non si riusciva ad avanzare. Eppure nonostante qualche reminiscenza agorafobica, in quella folla mi sono perso e divertito (per mezzora, non di più) e ho anche improvvisamente capito perché Barcellona è così speciale per me. Amo le città di mare, è un imprinting che viene dall’essere genovese. Cerco Genova dappertutto, lo so bene. Per questo mi piace Napoli, anche se non ci sto volentieri, credo che San Francisco sia la città più bella,  struggente e decadente (in certe sue parti) che abbia mai visitato, mi piace Haifa che pure di bello ha quasi nulla, ho nel cuore Marsiglia. Le città di mare, tutte caotiche, sporche, ventose, intriganti. Ognuno con qualche sua caratteristica, SFO così snob da farci freddo d’estate e caldo di inverno, Napoli incomprensibile persino per i napoletani, Barcellona così candida e zoccola nello stesso tempo.

Ma perché questo amore così spiccato per la capitale della Catalunya? Non basta il mare, Gaudì, non bastano gli eccessi… finalmente l’ho capito ieri: San Giorgio! Arrivare qui, evidentemente, anche se non lo sapevo, ha lo stesso sapore di quando, arrivando a Genova e percorrendo la sopraelevata, vedo Palazzo San Giorgio e ne ammiro la facciata. Che, detto sinceramente, non mi interessa per nulla se è opera d’arte o banale schifezza, per me è Genova che mi saluta, e mi sorride pur rimproverandomi dolcemente perché vado a trovarla troppo poco spesso.

 

34 anni fa

apr
2013
23

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Il 23 Aprile di trentaquattro anni fa era un lunedì, e a mezzogiorno circa la Cristina è volata in cielo, dove quelli che l’hanno amata speravano, o erano certi, che l’aspettasse la sua mamma. Era da quattordici anni che ci conoscevamo, precisamente dall’inizio della prima liceo: lei faceva parte di un gruppetto di ragazze che confluiva nella mia classe, essendo la loro stata smembrata. Ma, come a volte succede, anche nella nostra si sono formati gruppetti che poi tendono a rimanere separati, e noi eravamo finiti in due differenti, per cui praticamente non ci siamo parlati davvero fino a metà della terza liceo, quattro mesi prima della maturità. In effetti, è stata la sua amica Gianna, con cui avevo maggiore confidenza, a raccontarmi quanto fosse giù per la morte della mamma, avvenuta il settembre precedente. Così Cristina è venuta qualche volta a studiare a casa mia e insomma succede quel che a volte succede tra compagni di scuola:,  facciamo coppia ( smettiamo di studiare assieme). Non voglio oggi raccontare la nostra storia, che comunque racconterei solo a qualcuno con cui mi sento davvero di farlo. Voglio solo dire che nel dicembre del 1973 ci siamo sposati. E poi abbiamo cominciato a  convivere davvero seriamente alla fine del 1975, di ritorno da un famigerato soggiorno passato in divisa a Bologna. La sola cosa che voglio ricordare di quei tre anni e mezzo dalla fine del 1975 al 23 Aprile del 1979 è che, forse un po’ curiosamente, sono stati i più belli: per me molto meglio il matrimonio del fidanzamento. Poi la sua malattia, e il suo ultimo periodo, precisamente dal 10 Marzo al 23 Aprile. E’ a quello che penso spesso. Perché, lo ricordo bene, domande senza risposta mi affollavano la mente: la più ovvia, perché lei e non io? E’ difficile accettare che la vita ci  dica in maniera così brutale che a volte non conta come ti sei comportato, quel che hai fatto, l’impegno che ci hai messo, per ottenere un premio, o almeno una grazia. Insomma, ho passato un (breve) periodo in cui la mia vita non aveva più un senso. Poi, per fortuna rapidamente, mi sono reso conto che sarei sopravvissuto. Per fortuna perché sono stato più sereno gli ultimi tempi, abbiamo passato bene gli ultimi periodi assieme. Lei non era né triste né disperata, non potevo esserlo nemmeno io.

Una volta che ho capito che sarei sopravvissuto, ho anche capito che avrei voluto farlo bene. E così ho cercato di fare. Rispetto chi fa scelte radicali, chi pensa che ci sia una sola persona nella nostra vita, ma per me è stato sempre diverso, e rivolere una vita simile a quella fatta con lei mi sembrava il più bell’omaggio che le potessi fare.

Rimaneva la domanda. Ma che senso hanno le nostre vite? Che senso ha avuto la sua? Che cosa mi sarebbe rimasto?

Oggi posso rispondere, perché so che lei è ancora con me. Credo non passi giorno che non ci pensi, ci penso con tenerezza, con serenità, con affetto. So, sento che qualcosa di lei è passata anche ai miei figli, so che la nostra vita assieme è stata breve ma preziosa, so che stare insieme 11 anni, anche nei momenti più difficili, e ce ne sono stati, non è stato un’esperienza vana. Forse è retorica, ma una parte di lei è davvero rimasta con me, e mi accompagnerà per sempre