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Era l’anno 1987, un bel po’ di tempo fa. Sono stato per un mese ospite dell’Università di Limoges. Per dormire, una stanza con cucina alla Casa dello studente, in un’ala riservata ai professori (a quel tempo avevo meno pretese). L’ultima sera scendo per telefonare a casa: i cellulari non esistevano proprio. Sotto la Casa c’erano cabine multiple, nel senso che erano fatte circolari, e divise in tre settori (di 2/3π…) separati da pareti in vetro. In altre parole, mentre parli vedi (ma non senti, per fortuna), le persone che come te parlano al telefono. Sono lì che mi scambio notizie con casa, quando qualcosa mi distrae: in uno dei due settori contigui al mio c’è una ragazza che piange disperatamente. Confesso che non avevo visto una persona così visibilmente disperata. Termino la mia telefonata, ma qualcosa mi spinge a non andare via… insomma aspetto che anche lei finisca. Quando esce, faccio una cosa che non avevo mai fatto prima e non avrei ripetuto nel futuro: la “abbordo” con un “Vista la situazione, forse potrebbe andar bene andare a bere una birra insieme”. Lei mi guarda un po’ stupita (lei è una studentessa, io un signore quasi quarantenne…) poi mi risponde “perché no, visto che dopo mi suicido”. Prendo l’auto, e ci rechiamo in una brasserie del centro (centro di Limoges, s’intende, insomma un centrino) Chiacchieriamo, o meglio, per una rara volta, ascolto, senza quasi parlare, un torrente in piena. Intanto beviamo la birra. Ovviamente, come ogni ragazza di quell’età, i temi sono classici: problemi con i genitori, liti con l’amica del cuore, problemi con i ragazzi… a un certo punto viene fuori anche una cosa delicata, i problemi con l’amica sono dovuti a una singola divagazione della narrante con il moroso dell’altra: singola sì, ma in questo campo uno è parecchio più di zero… Insomma i discorsi si accavallano. Poi basta bar, decidiamo di andare a fare una passeggiata nella natura. Non è difficile a Limoges. Ci troviamo dunque in periferia, in un parco molto bello (e piuttosto buio). Cominciamo a camminare parlando, e tenendoci per mano. Ovviamente comincio a pensare… certo, lo so che sono una brava persona e si vede, ma questa qui forse è un po’ imprudente, si trova pur sempre di notte con un uomo sconosciuto in un bosco… e io, mi interrogo, sto mica facendo dei pensieri? Forse sì, è difficile non farne, credo. Però lei parla, e sento che la sua voce si rilassa sempre più, e io… io non voglio rischiare di turbare questa atmosfera con un approccio più concreto, poi proprio non sono abituato, io non mi propongo mai…aspetto che le situazioni maturino se ci sono in presupposti, così non si deve fare avances…sono fatto così. E poi non sono single…va bene la situazione, ma non sarebbe proprio una cosa facilmente gestibile dalla mia coscienza…
Sono anche un po’ preoccupato, l’orologio segna ben oltre l’una di notte, devo partire entro le sette, mi aspettano undici ore di viaggio in auto… Quindi a un certo punto le dico “Ora penso che forse non ti suicidi più”. E lei mi risponde “Credo proprio di no”. Quindi decidiamo che l’accompagno a casa (era sotto la casa dello studente, ma non abitava lì). Dunque saliamo in auto, e in pochi minuti arriviamo sotto casa sua. Usciamo dalla macchina, ci salutiamo con un abbraccio stretto stretto e due baci sulle guance. Guido verso la mia stanza, pieno di sensazioni: tristezza, perché non la rivedrò mai più, dolcezza, perché è stato un incontro così bello e così improbabile…
La mattina mi preparo presto, carico la macchina e parto. Al momento di prendere la direzione di casa, un impulso mi costringe a deviare: voglio passare sotto casa sua. Non so perché, ma voglio rivedere il luogo dove abita. E’ mattino presto, non ho difficoltà, dopo un paio di errori, a ritrovare la strada. Alzo gli occhi, lei è al davanzale che chiacchiera con la padrona di casa (di cui mi aveva parlato). Riconosce la macchina, le si illumina il viso, mi saluta festosamente con la mano. Finalmente parto diretto verso casa.

Ovviamente, non saprò mai più nulla di lei. Ma ancora dopo 28 anni, ogni tanto mi capita di pensare a quella sera. E mi piace credere che lo faccia anche lei.

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alieno

Una rivista (Focus) tempo fa aveva fatto un’inchiesta tra scienziati (?) chiedendo loro che cosa avrebbero consigliato di fare, in venti righe, nel caso si fossero presentati gli alieni sulla terra. Rimettendo a posto i miei files (ogni tanto mi capita di avere queste manie), ho ritrovato il breve pezzo, e lo riporto qui

Gli alieni si presentano a casa nostra. Che fare? E soprattutto che cosa NON fare? Partiamo da una premessa. Si è verificato un avvenimento che aveva probabilità molto piccola! Questo succede più sovente di quel che immaginiamo, ma in genere le situazioni che tali avvenimenti improbabili ci propongono sono inusuali, e quindi richiedono di riflettere. Quindi l’unica cosa veramente indispensabile da fare è: non dare nulla per scontato. È chiaro che saremo di fronte a esseri superintelligenti, perché non c’è dubbio che arrivano da lontano, e dunque sono stati in grado di fare un viaggio lunghissimo. Siccome ci crediamo anche noi intelligenti, potremmo aspettarci che capiscano i nostri discorsi. Nulla di più sbagliato! Un grande pensatore ci ha insegnato che neppure una cosa semplice come l’aritmetica può certificare la sua completezza e la sua coerenza, figurarsi il nostro pensiero! Non solo, ma l’idea di infinito, che oggi ci è necessaria per una comprensione più profonda delle cose, ha distrutto la comoda credenza che la logica, la semplice logica, sia un linguaggio universale e necessariamente unico. Oggi, sappiamo che si possono utilizzare molteplici logiche, che a volte dicono cose assai diverse…e se le nostre menti intelligenti ma limitate sono capaci di immaginare molte logiche possibili, quanti saranno i modi per esprimersi intelligentemente? Davvero così tanti da non poterli neppure immaginare. Per questo, la nostra intelligenza e quella dell’alieno saranno così diverse da non riuscire a capirsi, almeno all’inizio. Solo se non daremo nulla per scontato avremo una possibilità di dialogo.

Haifa, Italia

mar
2015
19

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Haifa (חיפה ) è una città di circa 270.000 abitanti, situata nel nord di Israele. Si affaccia sul mare, ed è un importante porto industriale. Ci si arriva per una bella strada, o in ferrovia, costeggiando in entrambi i casi il Mediterraneo per lunghi tratti. Ricorda per certi versi Genova, considerando il mare di fronte e la natura collinosa del terreno su cui sorge. E infatti andando in auto per le strade della città si continua a salire e scendere, senza quasi soluzione di continuità. E’ sede del Technion, la prima Università tecnologica del Paese. Ma ospita anche l’University of Haifa, che sta in cima a una collina. Dal Technion, si può raggiungere l’Università con una scarpinata, praticamente tutta in salita, in certi punti anche abbastanza ripida; salita che si percorre in circa 45-50 minuti se si cammina a buon ritmo: insomma, non proprio una passeggiatina. Ma ne vale la pena. Anche l’Università, come molte cose di questo paese, presenta aspetti assai interessanti. Il primo è sicuramente la torre, che si presenta così.

La torre Eshkol, di trenta piani

La torre Eshkol, di trenta piani

Considerando che si trova su una collina, è abbastanza chiaro che dall’ultimo piano si dovrebbe godere di una vista stupenda. In effetti è così, visto che ci sono già stato, ed una delle ragioni per cui mi sono fatto una scarpinata fin qui è che volevo proprio prendere delle foto ricordo. Figurarsi la mia delusione quando un inflessibile inserviente mi ha spiegato che senza permesso non potevo proprio entrare. Ma come? Ci ero già stato molte volte…Inutile tentare di spiegare la situazione, oltre a tutto in questi posti si trovano spesso persone anziane, immigrati recenti, che non parlano Inglese. E io col russo non ci so proprio fare…E non ditemi che è perché sono state rafforzate le misure di sicurezza, in realtà mai come quest’anno le ho trovate così blande, a partire dall’aeroporto (nessun controllo diverso da un viaggio a Parigi) per finire all’entrata dei supermercati o qui al Technion.

Dopo la delusione, decido però che comunque la scarpinata val bene qualche foto, visto che il panorama non è male nemmeno dal piano terra, la collina domina davvero Haifa. Ecco allora un paio di foto.

 

Vista dalla base della torre, direzione Nord-Ovest

Vista dalla base della torre, direzione Nord-Ovest

 

Da qui si vede bene la baia, si intravvede il porto, e si nota il parco del monte Karmel, dove ha sede l’Università.

Il verde della collina, nello sfondo l'azzurro del mare, reminiscenze di Liguria...

                         Il verde della collina, nello sfondo l’azzurro del mare, reminiscenze di Liguria…

 

Spostando lo sguardo verso Ovest, la vista diventa più naturalistica, si scorge meno la città, il mare è il soggetto principale. E’ proprio nel tratto che costeggia il mare che ci sono la ferrovia e la strada per arrivare qui.

A questo punto non ci sono più foto panoramiche da prendere…la scarpinata tuttavia merita che rimanga ancora qui a curiosare un po’ in giro. Tanto più che di solito venivo di giorno festivo o semifestivo, o forse la torre assorbiva tutte le mie attenzioni, quindi vale la pena fare un giro anche intorno, per vedere posti non ancora visitati. La cosa veramente interessante è che l’Università si sviluppa anche nel sottosuolo, o meglio quello che sembra essere nel sottosuolo, solo perché sta sotto il grande basamento su cui si sviluppa la torre. Prendo quindi la strada che taglia in due l’area, e scopro tutta una varietà di negozi che stanno protetti sotto i portici, e  si affacciano sui marciapiedi, dove si aggira la solita bellissima folla fatta di ragazzi e ragazze tra i venti e i venticinque anni; insomma si respira immediatamente la tipica atmosfera da campus, resa qui ancora più interessante dall’incredibile varietà di tipi che si vedono: le origini dei ragazzi sono chiaramente le più disparate. A un certo punto vedo un cartello che indica un museo, free entrance. Bene, almeno lì mi lasceranno entrare…si tratta del Museo Hecht, di archeologia e arte. Trovare l’entrata non è facile, molti cartelli sono solo in Ebraico, ma alla fine provo a avvicinarmi a un portone, dove sta di guardia una ragazza. Sì, questa è l’entrata del museo, mi conferma, chiedendo gentilmente di aprire lo zainetto, per dare una sbirciatina dentro. Finalmente entro in questa parte che davvero assomiglia a un enorme piano interrato (tra l’altro c’è una biblioteca che contiene ben più di 100.000 volumi), e comincio a girare. C’è di tutto, sembra un bazar, mi piacerebbe lavorare qui per sei mesi, scommetterei con me stesso che alla fine del soggiorno sarei in grado di non perdermi… un autentico labirinto per uno col mio senso dell’orientamento. A un certo punto, nel mio curioso girovagare, mi ritrovo a di fronte a un’enorme uscita, che dà su una piazza, e alla quale non c’è (ovviamente) nessun controllo. Questo comincia a farmi nascere qualche sospetto, oltre a farmi pensare che in certe cose stare qui non è diverso dallo stare in Italia: tutto caotico, disordinato, il più delle volte molto divertente, spesso incomprensibile…che senso fare controlli a un’entrata, e non farli a un’altra? Ovviamente un pensiero tira l’altro e… proprio così! Trovo l’ascensore della torre… mi ci fiondo sopra, e schiaccio direttamente il pulsante del piano 29.  Finalmente arrivo: sono un po’ agitato, sembra che ci sia qualche meeting in qualche stanza, sento parlare ma non vedo nessuno, comunque, sia pure con una certa fretta riesco a prendere le foto che ho messo qui sotto

Vista dal trentesimo piano della torre Eshkol

Vista dal trentesimo piano della torre Eshkol

Un'altra

Un’altra

Una vista del mare, sempre dalla torre

Una vista del mare, sempre dalla torre

L'ultima, prima di ridiscendere

L’ultima, prima di ridiscendere

Finalmente ridiscendo e prendo la via del ritorno. Ora è più semplice la camminata, tutta in discesa. Persino la schiena non mi ricorda più che esiste e fornita di parecchi muscoli e muscoletti. Scendendo, c’è il tempo per prendere un’ultima foto.

Sulla via del ritorno

Sulla via del ritorno

 

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mate

Qualche giorno fa si è “festeggiato” il pigreco-day. Si fa tutti gli anni, mi pare, ovviamente il 14 Marzo, ma quest’anno l’enfasi è stata molto più accentuata dal fatto che siamo nell’anno 2015, e se dimentichi il duemila rimane il 15, che è molto comodo da aggiungere al suddetto 3.14. Poi ci sono i sofisticati che sono capaci di aggiungere ancora un certo numero di cifre, sfruttando ore minuti e secondi… Non so se questo “evento” ha avuto la notevole risonanza mediatica che ho percepito io: la mia percezione si basa soprattutto  su quel che vedo su Facebook, ed è ovvio che le mie amicizie lì non sono un campione rappresentativo della popolazione. D’altra parte è pur vero che ci sono state parecchie iniziative, ce ne sono ogni anno, spesso coinvolgono i ragazzi, quindi le famiglie, e dunque questo pigreco-day un qualche rumore mediatico lo fa.

E dunque ho ascoltato questo rumore, e devo ammettere che l’ho fatto con un crescente, anche se blando, fastidio. O forse, per essere più precisi, con un divertito disagio (insomma, qui ci vuole un ossimoro). Ovviamente mi sono chiesto perché,  e ho cominciato a elaborare un po’ la cosa, lasciandola anche un po’ decantare, fino a che un post della Donatella mi ha aperto gli occhi. Letto quello, ho capito il perché del mio poco entusiasmo verso i pigreco-day… Dunque quel post esprimeva più o meno la noia di questa ricorrenza, concludendo, se non ricordo male, con odio i numeri, odio la matematica!

E’ qui che ho capito che cosa stavo rimuginando.

Io ho bisogno di cercare di far capire agli altri che faccio e che cosa mi piace (beh, non tutti gli altri, ma un certo numero sì…).  Per esempio, mi sento a disagio quando vedo le facce perplesse di molte persone che, sentendomi dire che sono contento perché ho finito corsi e esami, mi chiedono quando è che riprendo, e vedo che fanno fatica ad accettare la mia risposta: agli inizi di Ottobre; è ovvio che solo per educazione non mi chiedono che cosa faccio da Marzo a Settembre (compresi): ma questo è un altro discorso.

Dunque, è una mia esigenza forte quella di spiegare, alle persone che fanno in qualche modo parte della mia vita, perché trovo interessante la matematica, e perché ci ho dedicato gran parte della mia vita.  E devo ammettere che questi pigreco-day mi danneggiano non poco…

Che nella matematica ci siano i numeri è evidente, anche se pigreco mi risulta sia prima di tutto una lettera greca. Che molte persone, anche non matematici  di professione, si divertano con i numeri, dalle maniere più semplici, tipo Sudoku, ad altre più complesse, anche questo è ovvio. Che ci giochi anche io ogni tanto è sicuramente vero; che Matteo a cinque anni conosca benissimo i numeri e gli interessino poco le lettere non mi stupisce granché.

Però, accidenti, la matematica è molto più di questo. La matematica è un mondo in cui ognuno trova quel che cerca. Oggi sentite insistere molto sul fatto che la matematica è utile, ci serve nella vita di tutti i giorni, e che senza non avremmo nulla di quello che caratterizza la più importante rivoluzione che la specie uomo ha vissuto, quella dell’informazione. Tutto vero.

Eppure anche questo per me è riduttivo. La matematica non è solo questo. E’ molto di più, almeno per me.

E’ un modo di pensare, di esplorare la nostra mente. Sono assolutamente convinto che penserei in modo diverso, che avrei anche idee diverse in certe cose, se non mi fossi dedicato alla matematica. Che mi permette di vedere le cose con un’angolazione molto particolare…

A me sarebbe piaciuto dedicarmi, almeno teoricamente, a discipline più umanistiche. Mi piacciono letteratura e filosofia. Mi piace soprattutto la psicologia, cercare di capire la mente. La matematica mi aiuta in questo. Non è un caso che mi occupi di teoria dei giochi, e che la insegni con tanto entusiasmo (4 mesi all’anno, è ovvio). A me la descrizione del mondo non interessa quanto l’esplorazione della mente: la matematica in questo è preziosa.

Certo, la matematica si esprime con un linguaggio difficile. Ed è questo che blocca la maggior parte delle persone. Ma ne bloccherebbe meno, credo, se noi che ce ne occupiamo parecchio dicessimo loro che non si esaurisce tutto nel linguaggio: le strutture che Donatella cerca nella lingua inglese sono sostanzialmente le stesse che i matematici studiano e ricercano, il piacere che chiunque prova a leggere L’infinito di Leopardi si arricchisce se all’idea di infinito ci si aggiunge l’approccio matematico.

Non tutti possono amare la matematica. E, diciamo la verità, ce ne  sono intere parti che anche  io detesto cordialmente. Ma forse spiegare un po’ più chiaramente quel che ci vediamo noi, che non si ferma mai al trastullarsi con numeri in fila, può essere utile per farla guardare con occhi diversi, per esempio da parte dei ragazzi delle scuole.  E ai loro genitori che di fronte a certi compiti rivivono incubi passati…

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Questo è un articolo che mi è stato commissionato da un giornale. Mi hanno anche gentilmente detto quando l’avrebbero pubblicato (dopo averlo ricevuto). Quel giorno però l’articolo non c’era, e da allora non rispondono alle mie mail… Bene, tanto per cominciare ho deciso di metterlo sul mio sito, silente da troppo tempo. Ma c’è un perché! Ho dovuto fare esami per 5 corsi, organizzando 10 prove scritte, e relative correzioni…per fortuna le mie Giulie sono state bravissime… e ora spero di riprendere anche il mio sito, considerando che il secondo semestre è libero da impegni di insegnamento.

Eccolo

 

 

Il nome-Teoria dei Giochi- potrebbe far pensare a una parte della matematica in cui i ricercatori sono persone leggere e forse anche sfaticate, che si occupano di problemi poco rilevanti. Nulla di più sbagliato! Bastano due semplicissime osservazioni per convincersene. La prima. Chi passa più tempo a giocare? I bambini che, tra l’altro, lo fanno molto seriamente: sono attenti, concentrati, e difficilmente qualcosa li può distrarre, nemmeno il bisogno di mangiare o andare in bagno (con qualche arrabbiatura conseguente dei genitori).  La seconda. Tutti o quasi gli avvenimenti più importanti proposti dalla televisione, a livello mondiale, sono riproduzioni di giochi. Tra gli avvenimenti più seguiti al mondo in diretta ci sono manifestazioni sportive, giochi per eccellenza. Il motivo per cui i bambini giocano così tanto e gli adulti si appassionano allo sport è lo stesso: il gioco è una rappresentazione simbolica molto efficace di quella che è la vita di ogni giorno di tutti gli esseri viventi. I bambini giocano con lo scopo di allenarsi per essere meglio preparati per il gioco della vita, il più importante di tutti. Una partita di calcio ci attira perché rappresenta un simbolo tangibile delle lotte che affrontiamo ogni giorno quando ci alziamo dal letto. E dunque la Teoria dei Giochi è una parte della matematica molto seria, che studia problemi reali, e che può aiutare ad affrontarli meglio. Voglio in queste poche righe presentare alcune delle applicazioni più recenti della teoria, senza soffermarmi su quelle più naturali e classiche, che sono quelle economiche. Del resto per capire quanto essa sia importante per l’economia, basta ricordare il notevole numero di Premi Nobel assegnati a teorici dei giochi, compreso quello di quest’anno. Il primo esempio che vorrei illustrare riguarda un’applicazione alla medicina. In particolare, a un problema connesso col trapianto dei reni. Sempre più persone necessitano di un rene nuovo, che può cambiare radicalmente la qualità della vita di un malato (un paio di giocatori americani hanno vinto il titolo NBA, il famoso anello, dopo aver subito un trapianto di rene). Per questo motivo i reni prelevati da cadaveri non bastano, e sono destinati, anche se le donazioni aumentassero, a coprire una percentuale sempre minore di necessità. D’altra parte si vive bene anche con un rene solo, e quindi è possibile ricevere il rene da un donatore vivente. Ecco che così si formano potenziali coppie paziente-donatore. Il problema sorge però quando essi sono incompatibili: questo succede spesso, e dipende da motivi biologici. Diventa quindi naturale pensare a scambi tra donatori: le coppie paziente-donatore (A,B) e (C,D) potrebbero essere incompatibili, ma è possibile che (A,D) e (B,C) siano coppie compatibili. Perché dunque non organizzare uno scambio? E perché limitarsi a uno scambio tra coppie? Non potrebbe essere possibile e più efficiente organizzare scambi multipli? Credo non ci sia bisogno di dilungarsi a spiegare la quantità di problemi che sorgono per mettere in pratica queste procedure, che sono molto reali e concrete, visto che questi scambi avvengono da parecchi anni e che si è arrivati a farne che coinvolgevano sette coppie contemporaneamente… Su questi problemi il teorico dei giochi può dare contributi molto interessanti. Non solo per studiare il modo più efficace di organizzare gli scambi (questo vuol dire, per esempio, fare in modo che il numero più grande possibile di pazienti riceva un rene), ma anche per analizzare aspetti collaterali; ad esempio, in molte situazioni gli scambi massimali possibili possono essere più di uno. In questo caso allora è interessante individuare dei meccanismi di priorità che selezionino lo scambio più socialmente equo (questi scambi, di solito, privilegiano i pazienti con gruppo sanguigno 0, che sono coloro che hanno in assoluto meno donatori compatibili). Un altro aspetto rilevante riguarda quanto i sistemi di scambio possano indurre a mentire (ad esempio i pazienti e i loro medici) per ottenere vantaggi, e quali invece incentivano a dire la verità. Il premio Nobel dell’anno scorso è andato a due americani che hanno portato contributi fondamentali allo studio di queste meccanismi. Un’altra applicazione sorprendente riguarda un problema di genetica molecolare, con applicazioni mediche. Occorre una piccola premessa. Ci sono situazioni in cui è interessante capire quale è la forza relativa di un giocatore in un dato gioco. Un tipico esempio riguarda i partiti di un parlamento. E’ chiaro che un partito che ha più voti in genere si pensa che abbia più potere, ma è altrettanto chiaro che guardare alle percentuali può portare a valutazioni insensate. Può succedere che un partito con 4% sia cruciale in un parlamento (ad esempio se ci sono altri due partiti col 48%, che sono ideologicamente incompatibili), oppure del tutto irrilevante (se c’è già una maggioranza che non li comprende). La teoria dei giochi ha introdotto degli indici di potere per valutare la forza relativa dei giocatori in una determinata situazione. Con questi sono state fatte analisi per determinare quanti seggi assegnare alle singole nazioni nel parlamento europeo, o anche per stabilire se un azionista di una certa società non abbia in mano troppo potere, per cui in base a una legge potrebbe essere obbligato a cedere parte delle sue azioni. Uno dei pregi della matematica è di prendere oggetti che sono stati sviluppati per certi scopi, e rendersi conto che sono molto utili anche in contesti del tutto differenti. Ecco allora che si è pensato di applicare indici di potere per capire l’importanza di certi geni nell’insorgenza di malattie di tipo genetico. L’idea è di creare un modello di gioco in cui un gene più importante degli altri per lo sviluppo di una malattia sia un giocatore con grande potere. Il modello è stato fatto, e poi è stato applicato sia a casi di studio, sia a dati reali. In particolare abbiamo analizzato un certo tipo di tumore al colon-retto, malattia di cui si sa l’origine genetica, prendendo i dati dalle analisi di un certo numero di malati, e di persone sane, che servivano da riferimento. Questi dati sono disponibili in Internet, e sono anche in quantità enormi, quindi vanno trattati al computer. Abbiamo finalmente prodotto la “nostra” classifica dei geni. A questo punto siamo andati a controllare nella letteratura medica se erano segnalati dei geni come potenzialmente responsabili della malattia. Ne abbiamo trovato sette; di questi sei erano ai primissimi posti della nostra classifica, che ne comprendeva alcune migliaia! Quindi un risultato simile non può essere considerato casuale. La nostra idea è che i medici, con altre tecniche, potrebbero controllare se anche altri geni, ben classificati nella nostra lista, siano rilevanti nell’insorgenza della malattia: trovare al buio è molto più difficile che trovare sapendo quel che si cerca.

La vita e la scienza moderna sono molto complicate da analizzare. Occorrono molti esperti, in discipline differenti, per portare contributi significativi ad un problema complesso. Nel caso dei trapianti, c’è ovviamente bisogno dei chirurghi, di équipes medico-infermieristiche molto sofisticate, di manager, di matematici, di informatici, di bioetici e di filosofi, perché le tematiche coinvolte sono molteplici. Il teorico dei giochi è uno dei matematici che lavora maggiormente in équipe, e gli piace molto farlo.

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NOBEL

May-Britt (51 anni) e Edvard Moser (53 anni), Norwegian University of Science and Technology (NTNU) di Trondheim, Nobel per la Medicina 2014. MOGLIE E MARITO, stessa Università

Un recente articolo di Gianantonio Stella sul Corriere trattava di un problema che sta toccando le Università, e sono convinto che chiunque, o quasi, lo abbia letto, non possa che aver concordato con tutto quello che lui ha scritto. Del resto, credo che l’articolo di legge cui fa riferimento sia davvero uno dei pochi che ha ricevuto consensi a destra e a sinistra. Si tratta della regolamentazione delle “parentele” all’interno dell’Università. In particolare, la (facile) ironia dell’autore dell’articolo si concentrava su fatto che alcune Università hanno interpretato la legge in senso allargato, escludendo cioè la moglie dal rapporto parentale. In altre parole, la regola che si applica, ad esempio, tra padre e figlio, non si applica invece tra moglie e marito. Tutto l’articolo voleva convogliare sdegno su tale interpretazione, facendo l’ormai abusato esempio di un dipartimento di un Università, mi pare a Bari, dove sembra che in certi piani tutti gli studi abbiano la targhetta con lo stesso cognome (ma forse non sono tutti coniugi). Ora, come dico nel titolo, è evidente che il problema si pone. Figurarsi se D’altra parte, questi fenomeni non succedono solo nelle Università, in un Paese in cui il familismo impera. Ad esempio, perfino forze politiche che si presentavano o si presentano come alternative non esitano poi a sistemare figli ovunque, che siano trote o consulenti informatici del movimento. Quindi il problema c’è. Ma per risolvere i problemi occorre un’analisi razionale e non emotiva. Allora, tanto per cominciare, a mettere i puntini sulle i va chiarito che è vero che il rapporto moglie-marito è sostanzialmente diverso da quello padre-figlio. In molto ambienti di lavoro ci si incontra, ci si conosce, e poi ci si sposa. Che questo debba diventare, persino retroattivamente, un macigno sulla carriera delle persone, mi sembra eccessivo. Ma il punto non è questo. Il punto è: una legge come questa risolve il problema del familismo all’Università? Certamente dà un segnale, questo lo riconosco. Ma penso che non risolva nulla, anzi che faccia danni. Il motivo è semplice. Le persone con mentalità mafiosa sul lavoro non si lasciano certo spaventare da questi provvedimenti. Per esempio, supponiamo che un Rettore di una grande Università di una grande città, che magari ha tre Università, sia dedito a sistemare moglie, figli e parentela varia nella sua Università. Credete che questo fantomatico Rettore si spaventerebbe per un provvedimento del genere? Certo che no. Le persone mafiose hanno tutta una serie di relazioni con persone della stessa risma, che magari stanno in Università contigue. Ecco quindi che uno scambio di favori risolve il problema. Al contrario, nei dipartimenti a pochissima o nulla densità mafiosa un provvedimento del genere i danni li fa, eccome. Da noi c’è chi vuol cambiare dipartimento, o chi addirittura ha deciso di divorziare (già perché poi si può diventare amanti e su questo la legge non ci può fare nulla). In altri Stati non sono certo incoraggiate queste commistioni, ma nemmeno proibite. Dove c’è convenienza, nessuno si scandalizza se in un dipartimento si trova una coppia di coniugi. Dove ero a Davis hanno assunto moglie e marito, con la certezza di fare un grande affare. Lui, persona di altissimo livello, da solo avrebbe potuto pretendere un’Università più prestigiosa. Che però non avrebbe dato un posto anche a lei. Lei a Davis non sarebbe stata considerata come singola, ma ad un’analisi attenta dava comunque garanzie di inserirsi bene in Dipartimento e di fare un più che onesto lavoro. Del resto, mica sono tutti geni quelli che lavorano all’Università…La conclusione del Dipartimento è stata che l’operazione, trasparente, avrebbe portato vantaggi a tutti.

Mi è capitato, e non una sola volta, di trovarmi in dipartimenti con coniugi, e queste situazioni qualche imbarazzo possono crearlo. Ma posso garantire che in un ambiente di lavoro corretto la cosa è tranquillamente gestibile.

In sostanza quindi, dove sta il punto? Il punto sta che, nel lavoro e forse non solo nel lavoro, pretendere di rendere le persone oneste a forza di leggi e di proibizioni abbastanza arbitrarie, non porta mai da nessuna parte. Emanare grida, si sa, non è difficile. Ma quel che occorre davvero fare, e che si fa nei Paesi seri, è di rendere non conveniente alla struttura tutta un uso personale di una sua parte. Detto in altre parole, se si premiano le strutture che lavorano bene e per il bene comune, e si affama quelle gestite come il casato di famiglia, le cose cambierebbero davvero. Non è facile, lo so. Ma sono i problemi a non essere facili, e prendere vie sbagliate è comunque sempre peggio di provare, con fatica, a fare le cose giuste.   E purtroppo questo è solo un piccolo esempio dell’approccio sbagliato che il nostro Stato si ostina a portare avanti, con sempre maggior pervicacia, in situazioni come queste.

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Oggi, giornata di sole, sembra difficile persino ricordare tutta la pioggia che è venuta giù in questi giorni a Milano e praticamente in tutto il Nord. Con tutto il corredo di danni e polemiche conseguenti. Però la Natura, oltre che violenta e vendicativa, sa essere anche particolarmente bella. Domenica mattina, quando finalmente il cielo ha lasciato intravvedere un po’ di sole, sono andato, come tanti del resto, a fare un giro a Parco Lambro. Difficile resistere alla voglia di fare qualche foto con il cellulare, anche se con le foto non ho nessuna abilità. Il risultato comunque sta in questa serie di immagini.

Nella prima si nota un cartello di divieto di sosta.  Almeno per le auto direi che in questo caso è inutile.

1

Questo sotto è un campo di calcio. La foto non rende benissimo, ma le porte riflesse nell’acqua hanno davvero un gran fascino. La particolarità di questa foto è che rovesciandola ha un effetto curioso…

2

Ed ecco la stessa foto capovolta!  Sembra un quadro dei macchiaioli.

2

Qui le acque sembrano tranquille

3

Qui invece si vede che la forza della corrente è  impressionante

5

Un bel viale che di solito si percorre a piedi o di corsa…

beta

Bene, alcune foto sembrano venute abbastanza bene, altre molto meno. Le piccole non sono ingrandite perché sarebbero venute troppo sfocate. Al pc le vedo benissimo, e questo è un mistero per me, come lo è che importandole vengano rovesciate e quindi che le debba ruotare. Ma invece di pensare a questo (mezzo vuoto), penso al fatto che bene o male sono riuscito a creare una nuova pagina con foto, impresa quasi titanica per me (mezzo pieno)

Che Ottobre!

ott
2014
30

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Sono molto affezionato al mio blog. Però non si direbbe… Da un bel po’ di tempo non ho messo su più nulla. Eppure qualche idea ogni tanto mi viene… Però come sempre l’anno nuovo, che da buon accademico, quindi singolare per definizione, per me parte a Settembre, ha portato una serie di impegni al limite dell’asfissia. Anzi, l’espressione come sempre è impropria. Dovrei dire più ancora del solito. Non sto a farne l’elenco, cosa sempre spiacevole perché somiglia a una lamentela, e davvero io non intendo proprio lamentarmi per quella cosa che rimane la grande passione della mia vita. Però gestisco tre corsi in tre città diverse, e un dottorato, che in questo momento conta più di 50 persone, il che davvero mi tiene piuttosto occupato… Si è aggiunta, negli ultimi tempi, tutta una serie di fastidi fisici piuttosto fastidiosi, che hanno origine dalla colonna vertebrale ma si divertono a spaziare anche in zone limitrofe. Per cui stare al computer è sconsigliato, almeno quando si esce dallo studio… Credo che mi stia succedendo esattamente quello che una volta mi ha detto una persona, conosciuta da pochissimo, ma che ha saputo inquadrarmi perfettamente, almeno in quest’aspetto: ho capito, sei uno di quelli la cui mente si rifiuta di ascoltare il fisico che suggerisce di cominciare a rallentare… Insomma, questo post è praticamente senza un vero senso. Ma l’ho voluto scrivere lo stesso, perché siccome ho la dimostrazione matematica che almeno una persona ogni tanto ci va a curiosare, ebbene non mi sto rivolgendo all’insieme vuoto se dichiaro che non ho intenzione di far morire d’inedia questo mio refugium che condivido con pochi (ma buonissimi).

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Ieri (ho scritto questa nota qualche tempo fa, poi l’ho dimenticato causa preparativi per la partenza per le vacanze, ed oggi, altra giornata dal tempo deprimente, l’ho recuperato) finalmente sono finiti i mondiali di calcio. Ho visto un certo numero di partite: un tempo non ne perdevo neanche una, adesso invece se devo fare altro di una qualche importanza, perdo la partita, senza rimpianti. Ammetto che il calcio mi annoia sempre più, dal punto di vista logico lo trovo sempre meno attraente, da ultimo anche tutto quel che c’è attorno al calcio  mi infastidisce sempre più. A cominciare dall’idiozia generale di commentatori e pubblico, ben peggiore, in genere, che negli altri sport. Figurarsi che oggi i giornali argentini se la prendevano con l’arbitro, forse hanno guardato solo lui, dimenticandosi che cosa hanno combinato Higuain e Messi, per esempio. Ma oggi non voglio parlare di calcio, e del lato deteriore dello sport  vissuto passivamente, ma di qualcosa che invece dà lustro allo sport, al suo spettacolo e ai suoi significati. Parlo di basket, e più precisamente della serie finale per l’assegnazione dello scudetto italiano. Intanto, il basket è uno sport che ha risentito molto meno del calcio dell’enorme miglioramento atletico dei giocatori. Le partite continuano a essere belle, appassionanti, spettacolari. E questo già non è poco. Ma non è questo il punto più importante. Il basket è vissuto in maniera diversa, sul campo e sugli spalti (anche se i tifosi non sono aquile in nessuno sport, forse è proprio il concetto di tifo che corrompe la mente).

Dunque, un po’ di storia. Erano un sacco di anni, credo otto, che Siena vinceva a piene mani. L’impressione è che fosse una squadra forte, ogni tanto aiutata anche dall’esterno, e forse questo succede spesso, con le squadre forti. Di più. C’è in corso un inchiesta perché sembra che Siena si sia resa più forte ancora, violando le regole in maniera pesantissima. In particolare, pagando profumatamente, in nero e all’estero, un bel po’ di giocatori. Non basta, chi ha organizzato tutto questo è anche accusato di aver fatto creste e crestone su queste operazioni, per arricchimento puramente personale. C’è quindi il rischio che questi scudetti possano essere cancellati con un tratti di penna, o meglio con una sentenza di un qualche tribunale sportivo. E che il suo dirigente principale finisca pure in galera. Ma c’è di più. La società basket, forse risentendo di tutte le peripezie della Banca Montepaschi, è fallita. Il suo campionato si è concluso con un manipolo di giocatori stranieri che già sapevano  che la loro esperienza a Siena era conclusa, con qualche italiano a fine carriera, con un allenatore che sapeva di allenare una squadra che stava per sparire, e di farlo per un anno solo. Di fronte a Siena la EA7 Milano, squadra destinata (speriamo con altra etica) a prendere il posto di Siena come corazzata del campionato, in virtù di un proprietario di enormi risorse finanziarie, e con dietro una città come Milano che, almeno se le cose vanno, riempie i palazzetti come nemmeno gli stadi di calcio di molte squadre di Serie A. Insomma Milano a confronto di Cantù, Armani a confronto dei Cremascoli … non esattamente le stesse potenzialità.

Ci si poteva aspettare una serie (nel basket vince il campionato la prima squadra che vince quattro incontri) già segnata in partenza. Ebbene non è stato così. Non tutte le partite sono state belle. In certi momenti si è assistito a una sagra di errori anche un po’ stucchevoli. Tecnicamente, gli amanti NBA avrebbero spesso potuto storcere il naso. Eppure, che serie! Basta ricordare l’inizio, 2 a 0 per Milano e conti chiusi secondo tanti. E invece Siena vince le sue due in casa, e poi sbanca Milano! Si arriva sul 3 a 2 con partita a Siena. In un certo senso l’ultima spiaggia per entrambe, con la differenza che una ha un futuro, l’altra no. Una partita incredibilmente avvincente, Milano sempre avanti, ma di poco, Siena che la raggiunge, e in un crescendo di tensione, si arriva agli ultimi secondi… Siena avanti di due punti, palla a Milano. Praticamente allo scadere Jarrell tira e insacca da tre! Si va a gara sette. Il Palazzo del basket di Siena è impressionante. I giocatori di Milano tutti attorno a Jarrell, quelli di Siena annichiliti. Il pubblico che applaude i suoi giocatori. Molti volti sono rigati di lacrime, e queste sono lacrime vere e da rispettare, perché Siena è stata un sogno per tanti anni, e quei volti sanno che il loro sogno è finito per sempre.

Però c’è gara sette da giocare, e anche questa è un vero, autentico, spettacolo di sport. Non importa se chi gioca sta giocando bene, non importa se si sbaglia troppo, importa che ci sono due squadre vere che si danno battaglia. Che vogliono prevalere, che accettano il combattimento, che si rispettano. Milano sempre in vantaggio, anche se non di molto, Siena che non molla mai. Si arriva all’inizio del quarto tempo, Siena è persino  riuscita a mettere la testa avanti. Ma non basta, la squadra emergente ha qualche briciolo di energia in più, ha la forza del futuro, Siena cede quasi di schianto, il punteggio alla fine è persino punitivo per lei. Ma gli avversari per rispetto hanno giocato fino all’ultimo secondo.

La partita è finita. Milano fa festa, il parquet è invaso dai tifosi. L’allenatore di Milano è sorridente, in maniera composta. Il suo cuore non può godere pienamente del successo, comunque inseguito per una stagione. Lui era a Siena in tutti gli scudetti precedenti. L’immagine di chiusura è bellissima: un tifoso con maglietta Armani che si avvicina al capitano di Siena, Thomas Ress, e gli dà come una carezza di stima e di affetto. E lui che ringrazia con lo sguardo.

Tengo per una squadra povera. Ho sportivamente odiato Siena tutti questi anni. Ma ho voluto testimoniare il mio rispetto per la squadra di quest’anno, un team vero, un gruppo di persone unite attorno a un progetto, e che ha dato il meglio di sé fino all’ultimo, senza chiedersi neppure un attimo che cosa sarebbe stato domani.

Un ebook da leggere

lug
2014
10

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 cover

Non si tratta dei soliti commenti su un romanzo finito di leggere da poco. No, stavolta parlo di un ebook (che se non ho capito male tale rimarrà, non sarà cioè pubblicato in versione cartacea) che va certamente letto da tutti coloro che hanno sentito parlare della vicenda qui raccontata. Parlo di Acqua sporca, scritto da Antonino Michienzi e Roberta Villa, per Zadig Editore. Il libro narra di Stamina, e di tutto (o quasi) quel che c’è dietro questa storia, per certi versi assurda, in qualche caso tragica, certamente complessa.

La prima cosa che mi preme sottolineare è che ho trovato molto apprezzabile lo stile con cui tutta la vicenda è narrata: una storia, una storia vera e documentata, ma una storia. Questo, secondo me, aiuta moltissimo chi vuol capire ma sarebbe forse un po’ timoroso di affrontare un libro di pura saggistica. Però sono altri i motivi che rendono questo libro molto prezioso. Della vicenda di Stamina ne abbiamo sentito parlare parecchio, a volte a proposito, molto più spesso a sproposito, ma molti aspetti della vicenda, secondo me, non erano noti ad un pubblico che, pur essendo interessato a queste tematiche, non è addentro alle vicende come un esperto. Ecco i punti salienti che il libro mi ha spiegato, e dei quali davvero sapevo poco o nulla.

Il primo punto fondamentale riguarda il perché tutto questo è successo e sta succedendo proprio nel settore nel quale si è mossa Stamina. In parole povere e brevissime (tanto dovreste leggere l’ebook) ho scoperto che dietro il problema delle staminali esiste una questione gigantesca e poco nota, almeno ai non addetti. Si tratta del fatto di stabilire se una terapia a base di infusione di staminali debba essere considerata come qualcosa di assimilabile all’assunzione di un farmaco, oppure no. La differenza è abissale, perché se si considera la procedura simile all’assunzione di un farmaco, allora i passi necessari per il  riconoscimento della sua validità terapeutica (e quindi della sua  possibile utilizzazione in condizioni accettabili) cambiano enormemente, perché richiedono passaggi lunghi, costosi, complicati, che l’assimilazione a un trapianto, ad esempio, comporterebbe solo in minima parte. Si può capire quindi gli interessi stramiliardari che decisioni in questo campo possono muovere, e di conseguenza tutte le guerre che si scatenano attorno a questioni come queste.

Ma non tutto si può ricondurre al denaro, nella vicenda di stamina. Quel che mi ha sorpreso è scoprire che un numero non trascurabile degli attori coinvolti nella faccenda avevano e hanno un interesse di salute personale legato al mondo delle staminali: lo stesso Vannoni ha sperimentato la cura su di sé, prima di lanciarsi nell’avventura di diventare lui stesso un operatore di staminali, quindi un dispensatore di cure, anche se tutto il libro dimostra che di cure non si può parlare in questo caso. La dimensione più umana (impressionante il racconto di come è partita la sperimentazione a Brescia, del perché possa aver attecchito lì l’idea di una cura totalmente al di fuori di ogni (ragionevole) protocollo) di tutta la faccenda mi era totalmente sconosciuta, e getta una luce un po’ diversa dalle motivazioni prime che uno può immaginare stiano dietro una faccenda come questa.

Mi sembra che il libro tocchi tutti gli aspetti salienti della vicenda, e li presenti con obbiettività e competenza. A un certo punto della lettura ho pensato che forse gli autori avevano tenuto la mano un po’ leggera rispetto a responsabilità abbastanza evidenti di persone, nonché organismi ed enti preposti alle decisioni. Però continuando mi sono reso conto che la prima impressione non era del tutto corretta, certe frasi qui e là a leggerle bene nascondono un (sacrosanto) giudizio piuttosto duro (una ricetta che si esprimesse così non troverebbe spazio nemmeno in un libro di pasticceria). Mi sarei aspettato, forse, qualche commento in più sulle responsabilità ministeriali e sulla ridda di sentenze che hanno accompagnato la vicenda, ma a posteriori credo che la scelta di non avventurarsi troppo in questo terreno minato sia stata molto ragionevole.

La conclusione per me è che questo libro ha avuto l’immenso pregio di farmi capire che dietro Stamina non c’è solo una vicenda assurda, senza senso, inspiegabile. Assurde semmai sono le Iene (e banditesche), con la loro disinformazione. Stamina ha dietro una faccenda complessa, che non nasce dal nulla, e il libro ne racconta la storia in maniera illuminante, perché fa capire, e lo fa benissimo, come tutto questo possa succedere.

L’ebook mi ha chiarito che dietro al problema dell’uso delle staminali, al di là dei ciarlatani, c’è il fatto reale che riconoscere una cura come farmacologica comporta burocrazia, attese, tempi lunghi, grandi quantità di denaro da investire; esiste quindi un problema reale, ed occorre lavorare continuamente per aggiornare le procedure; esiste un delicato equilibrio da trovare tra l’urgenza di chi soffre e la necessità di assicurare una cura certificata. Insomma, la tutela del malato è sempre al primo posto, il diritto a cure certificate è indispensabile, ma forse certe procedure vanno ripensate, anche in funzione dei problemi specifici che l’uso delle staminali sta ponendo. E che sono problemi reali.

E’ evidente che gli autori sono schierati, tra l’altro a favore dell’unica posizione possibile in un ambito che pur dovendo tenere conto di mille fattori, prima di tutto la disperazione della gente, necessita di un approccio scientifico ai problemi. Ma i loro commenti sono approntati a un grande equilibrio, e il loro sforzo di far capire che dietro questa vicenda non ci sono solo pazzi o banditi, ma problemi giganteschi, ha avuto a mio avviso pienamente successo.

Infine, come ho già detto, la storia è raccontata molto bene, il che non guasta mai.