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Alicante

giu
2014
27

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Martedì scorso ad Alicante era la festa di San Juan, patrono della città. Niente di speciale, si potrebbe osservare, nello stesso giorno per esempio anche a Genova si festeggiava il patrono, San Giovanni, appunto. Eh no, non è la stessa cosa… Per fare capire perché, basta forse dare un’occhiata a queste foto, prese col mio Ipad.

Uno dei tanti monumenti in giro per la città

Uno dei tanti monumenti in giro per la città

 

 

 

 

 

 

 

Non chiedetemi che cosa voglia rappresentare questo oggetto un po’ stravagante: non lo so. Ha significati allegorici, che non conosco.  Nella prossima già si riconosce qualcuno…

 

E' molto amato, non solo in Italia e in America del Sud

E’ molto amato, non solo in Italia e in America del Sud

 

 

 

 

 

 

 

A volte, anzi il più delle volte, sono ironici, anche ferocemente:

 

Il re e la regina (ex, precisamente). Difficile credere che le zanne dell'elefante siano finite in quella posizione per caso...

Il re e la regina (ex, a essere precisi). Difficile credere che le zanne dell’elefante siano finite in quella posizione per caso…

 

 

 

 

 

 

 

 

Il presidente della Catalogna, che si rivolge a Madrid...

Il presidente della Catalogna, che si rivolge a Madrid…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi ci sono quelli che sicuramente piacciono ai bambini:

Personaggi fiabeschi...

Personaggi fiabeschi…

 

 

 

 

 

 

 

Mi rendo conto che le foto danno poco l’idea della dimensione di questi monumenti, alcuni dei quali sono davvero enormi. A proposito, chi si immagina di che materiale sono fatti? Io no di certo, ma so che si tratta comunque di materiale altamente infiammabile. Il motivo  è molto semplice. Tutte queste costruzioni sono state incendiate la sera del 24! La festa consiste proprio in questo: avere i monumenti sparsi per la città il week end precedente, per poter andare in giro a osservarli, e poi divertirsi a vederli divorati dalle fiamme il giorno della festa. Tra l’altro, chi mi ha accompagnato nel giro notturno, mi ha assicurato che questi sono niente rispetto a quanto si può ammirare a Valencia…

In effetti ero arrivato sabato 14 Giugno a Alicante, e già quella sera, che ho passeggiato un poco in centro in attesa della mezzanotte (ora di Italia Inghilterra ai mondiali…) mi ero incuriosito non poco a vedere parecchie ragazze, e qualche signora, vestite in maniera evidentemente speciale, in particolare con gonne molto larghe, tipo queste (ma non proprio così, questi sono vestiti, lì mi ricordo soprattutto gonne)

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Insomma, i preparativi per la festa, curiosamente per me, erano già in atto dieci giorni prima…

Tutto questo  è interessante nota di colore, ma il soggiorno ad Alicante mi ha detto molto di più, e mi ha un po’ costretto a riflettere sul fatto che le loro abitudini sono abbastanza diverse dalle nostre, almeno se paragonate a Milano… Ovvia la considerazione che il clima,  la presenza del mare, la dimensione della città pesano non poco sulle abitudini, sui modi di vivere, direi anche sulle relazioni sociali. Il clima, tipicamente del sud, aiuta le relazioni sociali spontanee, quelle leggere e genuine. Il motivo è semplice: si vive molto più spesso fuori casa che non in casa… ricordo una scena bellissima cui ho assistito casualmente a Messina: tornando in auto dall’Università verso il centro mi hanno fatto passare per un viale trafficatissimo che dava letteralmente sulla stretta spiaggia. A un certo punto ho notato con enorme sorpresa un tavolino sul marciapiede, e quattro signore probabilmente ultra ottantenni che tranquillamente bevevano il thè e giocavano a carte. Ma poi mi sono detto che la mia sorpresa non era giustificata, è naturale che in un clima così caldo e con un panorama così bello si stia sempre fuori, e fuori si incontrano tante persone. Questo ci dà abitudini e condiziona un po’ le nostre vite; è ad Alicante che ho ricordato e capito fino in fondo le parole di Resia, una collega di Napoli che ho incontrato a qualche congresso, e che un’auto assassina si è portata via un sabato mattina mentre andava in bicicletta per una strada di campagna. Una volta mi ha raccontato che quando non si sentiva bene, che quando la malinconia la prendeva forte, allora scendeva in mezzo alla gente per Napoli, e tutto le tristezze  si allontanavano. Perché anche io l’ultima sera, passeggiando in una città strapiena di gente allegra e vociante, ho sentito allontanarsi malinconie e solitudini…

E poi il mare. Sono nato vicino al mare, ho vissuto accanto al mare per trent’anni, sono sempre andato al mare, sono stato anche un sub piuttosto bravo. La vita mi ha portate da un’altra parte, e sono convinto che dal punto di vista del mio lavoro essere venuto in zona Milano sia stata una grande fortuna. Ho bisogno di spazi, sono irrequieto, a Milano gravitano diverse Università, e questo mi ha dato parecchio, non foss’altro perché ho avuto poco tempo per annoiarmi. Pero tutto ha dei costi. Passeggiando di fronte a panorami come questo:

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ho capito che forse la mia vita, il mio stesso carattere sarebbero stati un po’ diversi, persino il mio lavoro non sarebbe stato lo stesso. Perché finire alle sei di lavorare, prendere l’auto e tuffarsi con pinne e maschera in acque come queste, sarebbe stata una tentazione irresistibile, e poi perché mai si dovrebbe resistere a tentazioni come questa?

E’ stata una sola settimana di soggiorno in questa città, ma una settimana densa di sensazioni, pensieri, emozioni.

Muchas gracias, Alacant!

 

Guerre di religione

mag
2014
20

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Oggi voglio parlare del fatto che a me sembra che il fanatismo, il totale disinteresse per provare a capire gli argomenti degli altri, il fatto di non accettare mai le decisioni della maggioranza non tanto nella convinzione di essere nel giusto, quanto nella certezza di star combattendo una guerra di religione, stiano dilagando sempre più, anche tra ambienti dove, uno si immagina, le persone dovrebbero essere portate a una maggiore riflessione. A volte mi chiedo se non sia, forse, più un modo di esprimersi che non una reale chiusura mentale: molte di queste forme di dogmatismo, almeno alcune di quelle che ho in testa, si esprimono con mezzi come Internet che tendono a farci esporre concetti con una semplificazione, e quindi con una radicalizzazione, estrema. Ma temo non sia così. Vorrei fare tre esempi, due dei quali solo accennati, solo perché mi hanno colpito, sull’altro invece mi dilungo un po’ di più, perché mi interessa più personalmente.

Faccio la breve premessa che oggi siamo sempre di più di fronte a problematiche complesse, che riguardano questioni spesso molto sofisticate, per cui è evidentemente difficile che una qualunque decisione presa porti solo vantaggi, sia valida per sempre, non necessiti continui adattamenti. Questo dovrebbe suggerire, secondo me, un atteggiamento più illuminato, più incline all’accettazione delle decisioni quando non ci trovano d’accordo, e non il contrario.

Il primo esempio è l’annosa questione della TAV. Intanto, mi sembra che dopo decine e decine di giudizi, appelli, processi, sentenze, una volta presa una decisione, questa non dovrebbe essere più messa in discussione. Capisco che in realtà la questione TAV è diventata per alcuni una buona ragione per sfogare istinti anarcoidi o antisistema, per altri per sfogare il loro mai spento pesudointellettualismo da strapazzo (e questi  sono davvero i più odiosi di tutti), ma perché proprio la TAV è diventata un simbolo? Non capisco bene quel che è legato all’idea di trasporto. Ho fatto l’esperienza della galleria del monte Barro, anni e anni per farla, corsi e ricorsi, guerre di religione…ora che c’è la mia impressione è che il monte Barro sia molto più godibile di prima; le auto scorrono veloci dove un tempo si facevano code kilometriche con miasmi conseguenti, e non sto affatto dicendo che costruire una nuova strada, una nuova galleria, un nuovo ponte, un’altra strada siano SEMPRE buone idee (magari un giorno racconto il paradosso di Braess, un esempio famoso in teoria dei giochi dove si vede che fare una nuova strada può portare a un aumento dei tempi di percorrenza, inoltre è ovvio che nuovi mezzi di comunicazione incentivano uno spostarsi a volte poco sensato…), voglio solo dire che, come dovrebbe essere ovvio, si tratta di fare un bilancio onesto e senza pregiudizi tra vantaggi e svantaggi.

Il secondo esempio è relativo a una questione discussa su Facebook in questi giorni: una partita organizzata per beneficenza da una onlus che si occupa di una malattia molto rara che colpisce i bambini, è stata annullata per le minacce degli animalisti, che avevano minacciato azioni violente in quanto una delle squadre ha come sponsor una società che fa sperimentazione su animali. Ora questo a me sembra inaccettabile. La sperimentazione animale è un tema delicato, sul quale avere certezze dogmatiche è del tutto fuori luogo. Sono a favore di chi pretende rigorosi controlli, sono per chi combatte dure battaglie perché la sperimentazione animale sia sostituita da altro ogni volta che sia possibile, sarei felice se chiudessero quel lo zoo dove hanno ammazzato (in pubblico!) una giovane giraffa per questioni che mi interessano poco, però allo stesso tempo le persone che sono disposte a calpestare propri simili in difesa dei ratti da laboratorio mi fanno davvero intellettualmente paura. A me sembra che più che amore per gli animali questo sia odio per i propri simili (escluso qualche privilegiato). E credo che tutti quelli che non la pensano come questi fanatici dovrebbero ribellarsi di fronte a queste prepotenze.

E vengo alla questione che mi tocca più da vicino. Un po’ di tempo fa il Senato Accademico del Politecnico di Milano ha deciso che i corsi delle lauree magistrali sarebbero, da un certo momento in poi, stati erogati esclusivamente in lingua inglese. Come spesso succede, i vari passi della decisone sono passati senza apparente reazioni, ma quando si è arrivati alla decisione finale si è scatenata la bagarre. Si è anche arrivati a un ricorso al TAR (c’è sempre un TAR da qualche parte nella nostra vita…), che ha per il momento sospeso la decisione del Politecnico, con conseguente appello al Consiglio di Stato, che ovviamente ha chiesto supplementi di informazione: come è quella famosa? Mentre a Roma si discute, Sagunto brucia…Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur….

Vorrei chiarire la mia posizione personale su questo punto. Ancora una volta, vedo pregi e difetti in questa decisione. Aprirsi veramente agli studenti internazionali secondo me non è più nemmeno una scelta, è una necessità. Ho visto da tanti anni in Francia questo fenomeno, e in certi momenti alcune Università sono state salvate dalla presenza di studenti stranieri. E poi sono evidenti i vantaggi di formare persone specializzate da noi: spesso quando tornano nei loro paesi  mantengono rapporti di lavoro con l’Italia. Tuttavia ho avuto qualche dubbio sulla decisione perché mi è parsa troppo radicale. Sono convinto che la scelta dell’Inglese sia naturale per certi corsi di studio, meno per altri, sono convinto che qualche percorso in Italiano avrebbe salvaguardato  studenti un po’ timorosi di passare a studiare in una lingua straniera, anche se il loro numero è per fortuna in drastica diminuzione. Comunque la decisione è stata presa dopo tante discussioni, ed è evidente che si tratta di una scelta strategica che va valutata nel lungo periodo, il che tra l’altro inficia molte delle argomentazioni che ho sentito, sia favorevoli sia contrarie, basate su considerazioni che hanno senso solo sul periodo molto breve.

La maggioranza dell’Ateneo sembra aver accettato la decisione presa dai vertici, alcuni forse l’hanno subita ma accettata, poi c’è chi invece della lotta all’Inglese obbligatorio nelle Lauree Magistrali ne ha fatto una guerra di religione. Già a me le guerre non piacciono, quelle di religione ancora meno, quello che mi infastidisce enormemente in questa è il fatto che chi la porta avanti si è autoproclamato il difensore della lingua italiana. Io ritengo che assimilare i favorevoli alla decisione a quanti disprezzano o non vogliono difendere la lingua italiana sia francamente offensivo.

Sono colpito dal fatto che nella mente di queste persone non passi nemmeno un attimo l’idea che si possa avere una visione diversa delle cose: c’è chi come me pensa che le nozioni che eroghi a ragazzi di 22-24 siano ormai soprattutto avanzate, tecniche, non più così formative. Ho fatto un lavoretto per una banca, in un dipartimento dove lavora una mia ex-laureanda, e ci siamo trasmessi tutti i documenti in Inglese, perché così era più comodo. La formazione vera si fa prima… Ho letto articoli (ogni singolo articolo che (s)parlava della decisone del Politecnico ci veniva mandato nella lista docenti) scritti in un italiano vergognoso, questo sì che mi dà fastidio… sono pronto, se questi signori volessero fare davvero qualcosa di utile, a rumoreggiare e spernacchiare ogni volta che qualcuno, forse per apparire à la page, usa termini inglesi ridicoli. Detesto l’uso della parola “endorsement” e come questa cento altre che potrebbero essere tranquillamente tradotte ma così non fa figo…ecco su questo sono pronto a far battaglie. Come avrei apprezzato che quelli così contrari, una volta che la decisone è passata, avessero fatto una battaglia per organizzare all’interno dell’Ateneo delle attività di valorizzazione della lingua italiana; sono convinto che si sarebbero trovate un sacco di persone  come me al loro fianco…ma forse una guerra ideologica fa più comodo.

La lingua si può difendere in mille modi, esistono tante iniziative possibili per salvaguardare l’italiano. Mi piacerebbe parlare in Ateneo di che cosa possiamo fare, con la presenza di tanti studenti stranieri, per diffondere anche la nostra lingua. E queste iniziative potrebbero coinvolgere, ovviamente, anche gli studenti italiani. Così si fa un servizio alla lingua italiana e alla comunità alla quale si appartiene, anche quando vengono prese decisioni che non ci trovano d’accordo.

Amo la lingua italiana. Quest’anno ho tenuto un corso di teoria dei giochi e uno di game theory: sono sostanzialmente indifferente sulla lingua che uso (ammetto che in matematica questo è molto più facile che in altre discipline, comunque). Non mi importa nulla che l’anno prossimo saranno entrambi in Inglese, mi importa lavorare in un ambiente che cerca di essere eccellente, che vuole crescere, e dove tutti remano nella stessa direzione.

 

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 Il 10 Marzo ho fatto una conferenza a Palazzo Ducale, la prima di un ciclo organizzato da Giovanni Filocamo e dal titolo Non solo numeri, con bellissimo sottotitolo Matematica a Palazzo. Per chi fosse interessato, ecco il link al programma…

http://www.palazzoducale.genova.it/naviga.asp?pagina=87050

Di solito metto le mie presentazioni nelle sezioni di scienza o di divulgazione, ma questa volta ho deciso di metterla in un articolo nella home. Il perché è molto semplice. Una conferenza a Genova per me ha sempre un sapore diverso, figuriamoci poi se la conferenza è ospitata a Palazzo Ducale! Perché è così diversa, al di la della semplice considerazione che sono genovese? Intanto, tornare nella propria città d’origine non è esattamente un’emozione qualunque. Le origini contano, eccome. Mi ricordo benissimo ancora adesso la sensazione di quando, venticinque anni fa, sono tornato dalla California, dove speravo di restare almeno un anno in più. Nei momenti in cui non era chiaro se sarei potuto rimanere, pensavo con forza che se fossi tornato allora mi sarebbe piaciuto tornare a Genova. In realtà, quando sono tornato, ben lungi da me la sola ipotesi di trasferirmi di nuovo in Liguria, anche se avessi potuto! Questo per dire che so che a volte ci culliamo in sensazioni e pensieri che non reggono alla prova dei fatti: per me il lavoro è molto importante e non avevo dubbi allora, una volta tornato, dove volevo stare…però Genova era nel cuore, lo è ancora oggi, anzi oggi più di allora; tornare in città non significa solo incontrare i parenti e gli affetti, rivedere qualche persona che non vedevo da tempo, incontrare uno dei figli (che sono felicissimo abbia fatto il mio percorso inverso…), significa fare dei dolci conti con quello che ero più di trent’anni fa.

Lunedì dunque il mio appuntamento con Palazzo Ducale è stato emotivamente importante. Tra le altre cose, vorrei ringraziare Giovanni Filocamo, non solo per avere pensato a me come a uno degli oratori della sua serie di conferenze, ma anche di avermi chiesto di essere quello che avrebbe aperto il ciclo…l’ho sentito un onore tale che non ho avuto dubbi a rinviare di un paio di giorni la mia partenza per Parigi, città d’elezione degli ultimissimi tempi (ha in effetti rubato un po’ il posto a Barcellona, insomma in questo periodo meglio Ibra di Messi!).

Una conferenza come quella di Palazzo Ducale, pur essendo ormai avvezzo a parlare in pubblico, e sapendo che di solito lo so fare abbastanza bene, è sempre molto difficile da immaginare. Oramai parlare a un congresso per me è un’abitudine. Certo, prima di cominciare c’è un po’ di tensione, a volte ho paura di parlare di cose poco interessanti, ma in fondo il compito non è difficile: più il tema è ristretto, più il pubblico è specializzato, più le cose sono semplici. E poi, sinceramente, i matematici molto spesso sono dei disastri a parlare, certo io sono più di quelli che si ascoltano volentieri, quindi in genere sono abbastanza tranquillo: tra chi mi ascolta sicuramente ci saranno alcuni che pensano stia raccontando stupidaggini, ma sono convinto che  pensino anche che non è così spiacevole ascoltarmi (e poi le tecniche per far finta di ascoltare e fare altro sono collaudate tra noi).  Una conferenza a un pubblico eterogeneo è molto più difficile… chi avrei trovato a Palazzo Ducale? Che taglio avrei dovuto dare al mio intervento? C’è sempre il rischio di dividere l’uditorio in due parti: che pensa che stai dicendo banalità e chi invece pensa di non star capendo nulla…

Questo succede dappertutto, mica solo a Palazzo Ducale! Però a Palazzo ti viene incontro una persona, e tu, agitatissimo perché ti hanno chiamato a casa per dirti di arrivare prima che c’è RAI EDU che registra e vuole intervistarti, e questo naturalmente manda a pallino la tempistica, dicevo tu ti dici ‘quella persona lì so benissimo che la conosco, ma sto per fare una pessima figura perché non ricordo chi è’, per poi scoprire dopo un secondo che è Marco, un tuo compagno di scuola che non vedi da 15 anni, e che 15 anni fa hai visto una volta  alla cena dei trent’anni della maturità, dopo trent’anni appunto che non vedevi più… però Marco era una presenza forte in quei giorni, e tante cose si riaffacciano alla mente…

Oppure gli zii e la mamma, che non mancano mai a uno di questi appuntamenti, e certo loro vengono per amore, e capisci una volta di più che quello che ha radici negli affetti dell’infanzia poi rimane per sempre. O gli amici di tua sorella, che chissà se vengono per salutarti, o per fare piacere a lei, che organizza sempre cene piacevolissime, cui invita anche i sampdoriani, tanto per dire…o qualche cugino di mia madre, esempio di un attaccamento incredibile alla nostra famiglia, per loro così importante.

Poi Giovanni mi presenta, e allora tutto svanisce: ci sono più solo io, insieme con la mia passione per quel che racconto, e che non mi stancherò mai di raccontare, purché ci sia almeno una persona che ha voglia di sentire quelle cose bellissime che ho imparato negli anni passati a fare l’unico mestiere che avrei potuto fare, perché sono nato per quello.

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Il voto a scuola

feb
2014
28

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Ho recentemente  letto su Facebook l’intervento di un professore di scuola che emanava un grido di dolore per l’obbligo che ha l’insegnante di dover giudicare con un voto i propri alunni. Come spesso succede su Facebook i commenti erano tutti di plauso per il post e per il grido di dolore. Con una eccezione, il mio post, in cui chiedevo se ero solo io a dissentire, oppure se ero l’unico a dirlo. Sono molto maldestro nell’utilizzare il computer, e ancor più Facebook, ma il fatto che poi il mio commento dopo un po’ non comparisse (non ho controllato se subito c’era) mi ha fatto sospettare davvero una forma di censura più che l’ennesimo pasticcio. Questo mi ha fatto arrabbiare e venire la voglia di scrivere qualche mia idea su questa storia dei voti, e cercherò di essere il meno acido possibile. Eh sì perché di questo buonismo, francamente melenso a essere gentili, o alquanto sospetto a pensare male, non se ne può proprio più. Gli argomenti della professoressa, angosciata di dover etichettare con un voto i suoi alunni, erano quelli che si possono immaginare. Prima di tutto il fatto che il voto genera ansia, in chi lo deve dare e in chi lo riceve, e poi che crea situazioni di competitività, invidie e gelosie, l’ossessione del confronto, ecc ecc. Ora io vorrei chiarire che la mania di quantificare tutto, di assegnare un numero a tutto ciò che si dice e si fa, a me proprio non piace. Ci vuole ragionevolezza. Ma  credo anche che, fino a prova contraria, si vada  a scuola per imparare il sapere e per attrezzarsi ad affrontare la vita. Non è l’unica istituzione a dover fare questo, ma ha un suo ruolo importante.

La vita non è la pubblicità del Mulino Bianco. Nella vita dobbiamo tutti affrontare giudizi, dobbiamo confrontarci con gli altri, siamo messi in classifica, siamo giudicati e dobbiamo giudicare. Nella vita ci potrà capitare di dover prendere decisioni drammatiche, o di essere oggetto di decisioni drammatiche. Sia ben chiaro, non voglio sostenere che siccome la vita è dura allora occorre fin da subito cazziare i ragazzini per far sì che siano ben attrezzati. Chi mi conosce sa benissimo che non sono così, che cerco di evitare attriti e competizioni ogni volta che mi sembra possibile, che sono molto competitivo solo in un campo da tennis, che mi sono scelto un lavoro in cui si compete più con se stessi che con gli altri (anche se la carriera accademica per certi versi competitiva lo è). Però credo che sia dovere preciso di un insegnante anche saper indirizzare e giudicare i propri alunni, premiare chi merita e richiamare chi non lo merita. Credo che sia importante saper anche, in certe circostanze almeno, classificare le persone secondo i loro meriti. Cercando di sdrammatizzare eventualmente le situazioni quando possibile: recentemente per esempio dopo un esame con 80 persone ho detto che non potevo essere certo che tutti i 28 fossero un po’ meno bravi di tutti i 29 i quali, a loro volta, forse non erano un po’ peggio di qualche 30. Ma ho aggiunto che questi voti sono comunque ottimi, che  ognuno di noi, se appena è sincero con se stesso, sa che una volta è stato valutato un po’ stretto ma un’altra ha avuto un voto generoso…

Insomma valutare, dare voti, è un obbligo per noi, che va assolto con serenità, ed un diritto per gli alunni. Il problema poi mica si ferma alla scuola, proprio no. Questo egoistico buonismo a me sembra molto diffuso anche tra i genitori, che troppo spesso non hanno il coraggio di educare con energia, che trovano più comodo andare a scuola a protestare per un voto dato al figlio, a giustificare ogni loro comportamento, a chiedere comprensione per le difficoltà che si trovano ad affrontare, e che scoprono più gratificante allevare adolescenti che non crescono mai, perché non si sentono mai dire di no, piuttosto che attrezzarli già da giovani a prendere qualche responsabilità, e a confrontarsi con insuccessi e, a volte, pure con qualche ingiustizia.

Tanto è la vita a essere ingiusta. Con coloro ai quali voglio bene,  cerco di essere presente e comprensivo nei momenti di difficoltà, ma mettendo in evidenza il fatto che, a volte, occorre accettare anche cose che non ci piacciono, o accettare una sconfitta anche se pensiamo di non averla meritata.

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Queste mie considerazioni nascono da due post che ho trovato su Facebook. Il primo si occupava del movimento  5 stelle, e delle sue procedure di “democrazia diretta”. Il secondo invece dell’essenza della nostra vita sociale e politica. In particolare, il primo analizza le poco trasparenti procedure messe in atto da Casaleggio e Grillo, il secondo pone l’accento sul fatto che ogni singolo meccanismo in questo paese si basa sulla sfiducia di tutti contro tutti, a partire dal fatto che c’è bisogno di due camere legislative, perché l’una possa controllare l’altra. Le mie idee mi sembra fanno da collante a questi due problemi, che forse sembrano indipendenti. Del primo intervento mi ha colpito l’impressione che ne ho avuto (magari scorretta) che i discutesse i termini con cui il gatto e la volpe vogliono realizzare questa democrazia diretta, ma non il fatto, che a volte sembra dato per scontato, che questa forma di governo sia bella, auspicabile, moderna, etica, se fatta nei termini dovuti. Ho i miei grandissimi dubbi su questo punto. Avete esempi di democrazia diretta funzionante? Io proprio no. Forse l’Atene di Pericle? Ho dei dubbi anche su questo. Perché non mi convince la democrazia diretta? Per spiegarmi, mi piace fare l’esempio della legge elettorale. Se non ricordo male, un referendum qualche anno fa ha abolito le preferenze con maggioranza schiacciante. Oggi se dici che sei contro le preferenze passi per un delinquente o giù di lì. Che voglio dire con questo?  Non che gli Italiani siano scemi o voltagabbana, non penso che l’opinione pubblica all’estero sia molto più matura,  penso invece che i problemi siano complessi, che non esistano soluzioni magiche, che il sistema debba essere sempre in evoluzione, e che per essere un minimo efficienti occorra avere delle competenze, studiare i problemi, confrontarsi su soluzioni possibili. Tutto questo richiede tempo ed energie, e non può essere risolto chiedendo il parere a migliaia di persone. Ma vi ricordate i rumori, gli appelli, le strilla per Rodotà Presidente? Lo stesso che dopo qualche mese è stato insultato pubblicamente dal promotore della sua candidatura? E mi spiace, non credo che questo sia dovuto al fatto che Grillo potrebbe essere un mariuolo e un altro invece virtuoso, è proprio il sistema che non può funzionare così. Sempre parlando di sistemi elettorali, ho sentito una volta alla radio un esperto dire che ce ne sono di tanti e complessi, ma che almeno  una cosa è certa, chi prende più voti vince… non colpevolizzo lui, sono sicuro che si è bestemmiato dietro, se si è riascoltato, ad aver detto una simile stupidaggine. Il problema è che l’informazione non può avvenire che così,  poi decidiamo a maggioranza?  Non può funzionare… Mi sono divertito recentemente a fare un esempio sciocco a lezione di una situazione di voto in cui c’erano tre candidati, A,B,C, nel quale a  maggioranza semplice vince il candidato A, col sistema del secondo turno vince B e il vincitore di Condorcet è C! Le facce sorprese degli studenti! Direi che forse non è il caso di prendere decisioni su che sistema adottare tramite referendum popolari. E tutto questo vale in praticamente ogni attività un pochino complessa. Quindi democrazia, ma delegata  (che già è parecchio inefficiente) e non diretta, e con la possibilità i controlli e di poter ritirare la delega.

Tutto questo richiede un minimo di fiducia, e qui arriviamo al secondo intervento. E devo dire che sono d’accordo con l’autore (Simone, il suo blog è segnalato qui accanto) anche se non l’avevo pensata negli stessi termini. Si parla della società italiana, e il punto di discussione è il gusto che sembra essere assolutamente comune a destra sinistra centro, credenti atei agnostici, milanisti interisti e juventini, di poter esercitare il diritto di veto. A me sembra che a noi italiani troppo spesso, almeno nella vita pubblica, piaccia più bloccare le iniziative degli altri che non combattere per portare avanti le nostre, piaccia più contestare e bloccare le idee altrui che non esprimere, portare avanti le nostre. Persino su Facebook, che qualcosa comunque descrive della nostra mentalità, leggo costantemente su quello che qualcuno fa e che è sbagliato, ma mai che si dica: avrebbe dovuto fare in quest’altro modo. Io non credo che un paese abbia una classe politica, un apparato burocratico, un sistema giustizia che sono totalmente avulsi dalla mentalità media del Paese (che esiste, eccome. Provare a trasportare, ad esempio  le vicende amorose di  Hollande in Italia, non riesco a immaginare nulla di più diverso nelle reazioni dell’opinione pubblica). Non starebbero in piedi, penso. Ecco allora il palleggio delle leggi tra camera e senato, e magari di nuovo camera e di nuovo senato, ecco che se una decisione qualunque non ti va puoi sempre rivolgerti al TAR, ecco che non bastano due gradi di giudizio, ecco che per avere giustizia, in campo civile, ci vogliono anni. Per me è tutto frutto della stessa mentalità: meglio impedire di fare, oggi qualcosa a te, anche a costo che tu domani impedisca a me di portare avanti il mio progetto, piuttosto che tu possa fare oggi e io mi prepari a realizzare qualcosa domani. Tutto questo poi porta, per questioni di equilibrio, a un effetto paradossale: che troppo spesso chi riesce a realizzare qualcosa, o molto, lo può fare perché è più prepotente, o corrotto, o peggio ancora.

Di solito, così come tendo alla malinconia nella vita privata, sono invece un ottimista in quella pubblica. Però da qualche tempo a questa parte sono molto inquieto, perché questo inestricabile intreccio di voler mettere tutti il naso in tutto, di voler gestire le cose direttamente, e di conseguente burocrazia e veti incrociati, sta davvero rischiando di rallentare e bloccare tutte le forze fresche e creative senza le quali il paese muore. Credo che questo sia un problema più serio di tanti altri (esempio la pressione fiscale) che pure sono importanti e ci condizionano pesantemente.

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Simone Secchi,  studente vari anni fa a un mio corso, ora professore all’Università Bicocca, nonché amico su Facebook, ogni tanto segnala sul social qualche sua riflessione scritta sul suo blog (segnalato qui a destra). Leggo sempre le sue riflessioni, sia perché scrive bene, sia perché dice cose interessanti, ma anche, lo confesso, perché le mie idee spesso mi sembrano più “giovani” delle sue, e questo mi gratifica visto che anagraficamente non c’è storia, potrebbe essere mio figlio… Le ultime sue riflessioni traggono spunto da un articolo (poco interessante, come lui stesso precisa) sui “nativi digitali”, cioè sulle nuove generazioni, nate nell’era dell’informatica e di Internet. Ecco, qui mi interessa esprimere qualche idea in libertà su questo, piuttosto che dialogare con Simone  sullo specifico di quell’articolo.

E’ assodato che l’uomo ha vissuto alcune vere rivoluzioni, che ne hanno cambiato radicalmente la vita, la filosofia, la psicologia. La prima, la rivoluzione agricola. Da nomade qual’era, l’uomo è diventato animale stanziale dopo aver imparato a coltivare, per godere dei frutti del suo lavoro. E la caccia è stata sostituita dall’allevamento. Poi si passa alle rivoluzioni industriali, che ancora una volta hanno provocato enormi cambiamenti, come ad esempio un grande aumento della popolazione e una  concentrazione di grandi masse di persone negli stessi siti (le città). Ebbene, oggi siamo agli inizi di un’altra rivoluzione, della quale facciamo fatica a capire la portata, perché è evidente che queste analisi vanno fatte a posteriori, e quelle in itinere non possono che essere parziali. Quel che è certo è che questa è una grandissima rivoluzione. Ha, per esempio, comportato la globalizzazione, fenomeno che possiamo amare o odiare ma che ormai è inesorabile. Da un certo punto di vista le grandi migrazioni degli ultimi 20 anni devono forse più alla televisione e a Internet che a un’aumentata capacità di viaggiare. L’Economia del pianeta è in fibrillazione, anche perché la grande facilità di scambi e di trasporti ha reso il mercato completamente non omogeneo; basta pensare a quanto sia impari la competizione di prodotti simili, se uno è prodotto in un paese sufficientemente rispettoso dei diritti umani e attento alle esigenze sindacali e l’altro invece in un regime semi dittatoriale.

Ma io credo che la rivoluzione digitale abbia portato a cambiamenti ancora più radicali nella nostra psiche, di quanto abbia fatto la tecnologia con le nostre abitudini. Facevo a Simone il paragone tra un nativo digitale che gioca a un video game, o usa un social network, e me che guido un’auto. La mia conoscenza della mia BMW e del suo motore è paragonabile a quella che ha un bambino di 6 anni dell’Ipad di suo padre (o, ahimé, del suo Ipad, a volte): cioè praticamente nulla. Eppure io so guidare, il bambino sa utilizzare  l’Ipad, almeno per quel che gli serve.

L’altro giorno, mio nipotino, nativo digitale, a un amico di famiglia che doveva mettergli su un film per la buonanotte, e che gli ha chiesto se era quello che aveva in mano il cd giusto, gli ha risposto: quello è un dvd, ma mi devi mettere su il blue ray… a me sembra tostissimo, ma probabilmente lo penso perché non sono nativo digitale! Questo naturalmente non dice nulla sul livello delle conoscenze dei nativi digitali, né ci può far concludere che sono più esperti di Internet o informatica perché la usano con grande disinvoltura.

Io credo invece che le riflessioni vadano spostate su un piano molto diverso. Quanto questi nuovi strumenti ci hanno cambiato e ci stanno cambiando? Credo moltissimo. E quel che occorre fare è riflettere, riflettere, riflettere, per adeguare i nostri comportamenti alle nuove realtà, e viverle al meglio.

Mi spiego con l’esempio più bello per me. Penso che Internet (e non solo Internet) ci abbia reso molto impazienti. Se penso a quando, non molti anni fa, ero interessato a  un lavoro di qualcuno che non trovavo in biblioteca, mi sembra il medio evo. Scrivevo al tizio, mi affidavo alle poste di due paesi diversi, oltre alla sua gentilezza, e dopo un mese, se mi andava bene, ricevevo le fotocopie di un lavoro, spesso tra l’altro scritto in maniera editorialmente orrenda. Ora se mi interessa un lavoro, lo cerco in rete e se non lo trovo, a parte pochissime eccezioni dopo un minuto non mi interessa più! Sono impaziente! Troppo impaziente. La pazienza è importante; io spiego sempre con grande entusiasmo uno splendido teorema di teoria dei giochi che dice la cosa seguente. Ci sono giochi in cui esistono situazioni in cui tutti stanno bene, ma che sono situazioni irraggiungibili perché individualmente non sono accettabili. Pensiamo al pagare le tasse. Tutti sono d’accordo che è necessario farlo, se tutti lo facessero la società ne avrebbe vantaggi, ma poi dal punto di vista individuale, se non ci sono incentivi a dichiarare il vero, nessuno lo fa perché non è conveniente. Ebbene questo teorema asserisce più o meno questo. Se il gioco viene ripetuto, e se noi siamo pazienti (nel senso che valutiamo i guadagni futuri senza scontarli troppo rispetto al presente, insomma 120 Euro domani sono meglio di 100 oggi) e se pensiamo di avere davanti tanto  futuro per giocare, allora la situazione di benessere sociale (paghiamo tutti le tasse) può essere razionale anche dal punto di vista individuale.

Se siamo più pazienti! Io mi sento di  dedurne che almeno in parte la povertà della vita pubblica di oggi,  il fatto che la gente se ne freghi di assumere comportamenti scorretti, come ad esempio posteggiare l’auto bloccandoti l’ingresso non è (solo) dovuto al fatto che le persone oggi sono peggio di ieri (e perché mai, poi?) ma solo perché siamo troppo impazienti: oggi lo faccio perché non mi interessa il futuro, il fatto che tu domani lo possa fare a me non mi scalfisce più di tanto. E, a proposito, ecco perché una società più giovane è potenzialmente più ricca di prospettive: perché ha più futuro davanti a sé!

In un mondo sempre più tecnologico, sempre più scientifico, pensare, fare filosofia, penso sia sempre più necessario. E lo dovrebbero fare tutti. Vivremmo meglio. Conclusione: non stiamo tanto a lamentarci del fatto che la situazione sembra degenerare sempre più. Accettiamo il nuovo, che porta vantaggi e svantaggi, e pensiamo a come limitare i contro e sfruttare le opportunità.

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Il palazzo di Bruxelles dove si fanon le valutazioni

Il palazzo di Bruxelles dove si fanno le valutazioni


 

 

 

Domenica 6 Ottobre sono partito per Bruxelles, per andare a lavorare una settimana come valutatore per progetti europei. Questo è il resoconto della mia settimana, con in fondo qualche considerazione personale. So di essere lungo (anche se spero non prolisso) ma quel che mi spinge è sia di dire cose utili per chi fa il mio stesso mestiere, sia spiegare un po’, a chi è curioso di queste cose, come la UE finanzia un progetto scientifico. Se si tiene conto che un progetto medio approvato costa  all’incirca 200.000 Euro (spalmati in due anni), e che quelli finanziati sono un  centinaio solo nell’area matematica-ingegneria, è evidente che si tratta di un bel po’ di soldi pubblici; quindi è naturale che ci tenga a far capire a più persone possibile come sono destinati questi soldi che sono di tutti. Che cosa significa dunque fare il valutatore di progetti scientifici? Intanto occorre dire che ce ne sono di tipologie diverse; quelli di cui mi sono occupato io sono i cosiddetti progetti Marie Curie. Ecco come sono presentati sul sito della UE (sezione ricerca):

Marie Curie Fellowships are European research grants available to researchers regardless of their nationality or field of research. In addition to generous research funding scientists have the possibility to gain experience abroad and in the private sector, and to complete their training with competences or disciplines useful for their careers.

Il lavoro del valutatore comincia in remoto.  Quando sono stato avvertito di essere stato scelto ho dovuto selezionare, da una lista sterminata di progetti, un centinaio che avrei potuto in qualche modo valutare, graduando le cose (A sono un vero esperto della materia … C lo prendo solo se siete alla canna del gas, D forget it!). Qualche giorno dopo mi arriva la lista dei progetti che devo valutare, 20, con l’avvertenza che le valutazioni devono essere pronte per il venerdì che cade dopo due settimane, e che per il venerdì dopo due giorni ne devo già mandare due (di prova) al mio VC (vice chair). Cosa che faccio, ovviamente malissimo, perché non è che avessi proprio due giorni vuoti davanti … La settimana dopo in realtà sono a Parigi, quindi quando mi arriva l’avviso che ne vogliono la metà per la fine settimana corrente avverto che non starò nei tempi, visto che non posso andare dove mi invitano (e mi pagano per andare) per fare cose per conto mio e non con loro. Torno e in una settimana  mi leggo questi progetti (una trentina di pagine ciascuno) e compilo le schede di valutazione. Passa ancora una settimana nella quale devo compilare le schede del progetto di cui sono diventato rapporteur. Che significa questo? Ogni progetto viene valutato, in remoto come dicevo, da tre diversi esperti. Il rapporteur ha accesso alle valutazioni degli altri due, le guarda e si mette le mani nei capelli, soprattutto se i risultati delle tre valutazioni sono discordanti. Occorre tenere presente che ci sono voci e sottovoci che gli esperti devono valutare, per ognuna indicando se sono punta di forza o di debolezza. Chiaro che le “outreach activities” possono sembrare interessanti per un valutatore, molto meno per un altro … 

Finalmente si arriva a Bruxelles. Il lunedì mattina ci si incontra per la prima riunione. E qui si scoprono cose interessanti. Nel mio panel, come detto matematica ingegneria, ci sono 180 valutatori,  21 VC (vice chairs) e un chair (Alberto Bonetti, di Brescia). C’è poi lo staff della REA (Research Executive Agency) che segue tutto il processo (ad esempio sono loro che hanno assegnato i progetti ai valutatori).   In questa prima riunione, dopo le informazioni tecniche essenziali (misure di sicurezza in primis, procedure per i rimborsi spese subito dopo) ci viene spiegata come si svolgerà la nostra settimana:

  • Nella prima fase incontrerò, per ogni progetto, i due altri esperti. Scopo, arrivare a un accordo sulla valutazione finale. E’ il rapporteur che fa le sue proposte, illustrandole, e gli altri dicono quel che pensano. Tempo previsto: 25 minuti (i 5 che mancano per completare la mezzora è per correre nella stanza del progetto successivo, ovviamente ogni volta la terna cambia, anche se qualche collega in effetti lo/la incontro più volte). Finita questa girandola, o nei tempi morti, il rapporteur prepara la valutazione finale, che porta al VC (vice chair).
  • Il VC fa un controllo, essenzialmente formale, sulle schede di valutazione: non ci devono essere potenziali contraddizioni nella valutazione, i punteggi devono essere congrui con numero di punti di forza/debolezza della voce che si considera. Per fare un esempio, se non ci sono punti di debolezza non si può dare un punteggio di 3, essendo 5 il massimo.
  • A questo punto possono succedere due cose.

i)                   Il VC approva la scheda (suggerendo magari qualche modifica). In tal caso il rapporteur la salva al computer e chiede gentilmente agli altri due di approvarla. Ancora una volta ci sono due alternative. La prima. La scheda  viene approvata senza modifiche. Allora viene riportata al VC, e firmata da entrambi (VC e rapporteur). Finalmente passa al Chair, che ci dà un ultima controllata. Ma, seconda alternativa, è possibile che uno dei due o entrambi rifiutino la scheda fatta dal rapporteur (a me è successo, per fortuna solo perché avevo fatto un errore di trascrizione, uno dei due se ne è accorto, ha rifiutato la scheda, questo mi è segnalato dal sistema, lui poi mi ha avvertito e ho provveduto alla correzione). In questo caso occorre trovare un accordo. Se come nel mio caso precedente si tratta di dettagli da sistemare, non c’è problema. Ma possono succedere complicazioni varie. Per esempio, uno dei miei cinque è stata una vera spina nel fianco. Intanto ho dovuto richiedere un supplemento di discussione perché su un punto ci siamo dilungati a discutere, e non siamo riusciti a finire. Per di più questo progetto si trattava di una resubmission, cioè di un progetto già presentato l’anno prima, ovviamente non finanziato, ma valutato con un punteggio che poteva incoraggiare il riprovarci, migliorando qualche punto della presentazione. In questo caso, anche se ti dicono che il tuo giudizio è sovrano e indipendente, è chiaro che NON viene apprezzato se per esempio dici che il progetto non è granché originale, e gli dai un voto basso, quando l’anno prima invece era stato definito  originale … chi si occupa un po’ di scienza sa benissimo che queste cose possono succedere, anche tra persone in perfetta buona fede: la ricerca è una cosa talmente di confine che le valutazioni sul significato e l’importanza di certi progetti/risultati è abbastanza soggettiva. La morale è comunque che la valutazione di questo quinto progetto mi ha preso molto  più tempo degli altri quattro messi assieme, e mi ha provocato un attimo di tensione col mio VC, al quale a un certo punto ho detto che mi dicesse lui che scrivere nel rapporto partendo dal presupposto che la nostra votazione unanime a quella voce era tot. Comunque alla fine, dopo un’odissea con le altre due valutatrici e il VC sono finalmente arrivato ad un accordo con tutti. In questo caso, come prima, la scheda viene firmata da rapporteur, VC e finisce nelle mani del Chair. 

 

  • Alle 10 di venerdì tutte le schede valutative devono essere approvate dal Chair. Un’ora e passa di attesa, e finalmente si fa una riunione collettiva in cui vengono mostrate le varie classifiche, secondo le tipologie di progetto. Un rito forse inevitabile, anche se vagamente  surreale, perché viene richiesta una formale approvazione, da parte dell’assemblea, delle classifiche stesse. Ora ditemi voi che cosa posso fare io a vedermi scorrere sullo schermo più di un migliaio di acronimi di progetti, quando già faccio fatica a ricordare i 20 che ho valutato. Notare che comunque noi NON sappiamo, e non ci sarà nemmeno comunicato, quali saranno i progetti finanziati. Sappiamo che saranno circa un 10% di ogni gruppo, ma non di più.
  • Finalmente, venerdì pomeriggio un paio d’ore di cosiddetto de briefing, e poi liberi tutti.

Mi sono diffuso nel racconto delle procedure, cercando comunque di sintetizzare il più possibile, perché, come dicevo all’inizio, vorrei sia fare capire i meccanismi sia osservare che questa esperienza mi ha portato una visione un po’ nuova su queste procedure concorsuali. Procedo quindi per punti.

  1. La burocrazia è elevata. Non può essere altrimenti. E’ un po’ ridicolo che ci facciano firmare il foglio presenza due volte al giorno, altre cose sono eccessivamente minuziose, ma si capisce che per un lavoro complesso ci vuole una struttura poderosa. La differenza con la nostra, almeno a una prima impressione, è che quella di Bruxelles sembra molto più efficiente. Intanto, le regole sembrano collaudate, i meccanismi ben oliati, gli aggiornamenti fatti pochi e meditati. Nulla a che vedere con i nostri meccanismi concorsuali …
  2. La trasparenza è davvero un valore. Viene ricordata continuamente, ti viene richiesto costantemente di segnalare se hai un dubbio sul fatto che valutare un certo progetto possa creare un conflitto di interesse, e penso che se ti beccano a fare il furbo passi dei guai … va da sé che io non avrei mai potuto giudicare un progetto del mio dipartimento, ma i potenziali conflitti sono chiari, ben descritti, e anche divisi in diretti e indiretti, una casistica precisa, magari non perfetta, ma chiara  e a sua volta trasparente.
  3. Il sistema è convincente. E’ pia illusione che tutti i progetti siano capiti allo stesso modo. Capita il progetto che si ritrova tre veramente esperti, e un altro in cui forse solo uno ha davvero le competenze scientifiche per valutarne fino in fondo la bontà. Tra l’altro, non mi è chiaro se convenga trovare dei veri esperti, oppure gente solo con generica esperienza, a  questo punto dipende anche dai caratteri dei valutatori … Sempre a questo proposito, nella mania, tutta astratta e italiana, di trovare le regole ottime in assoluto, può turbare il fatto che progetti diversi siano valutati da persone diverse. Però è evidente che se una commissione dovesse, magari anche con l’aiuto di esperti, valutare il tutto per omogeneizzare, posto che ci riesca, ci metterebbe 10 anni per finire i lavori … ecco che il sistema inventato mi appare ottimo. Perché è vero che non c’ è un ente solo che produce le classifiche, ma è anche vero che ogni valutatore si ritrova a interagire con tanti altri, e la conoscenza rispettiva, soprattutto se l’esperienza viene ripetuta nel tempo, porta a un naturale processo di omogeneizzazione. Non a caso, nella scelta dei valutatori usano il criterio di tenerne un nucleo sostanzialmente stabile anche se, ogni anno, penso ci siano anche nuovi innesti. Insomma, un giusto ricambio, ma un nucleo stabile nel tempo. Infine, sempre dal punto di vista di efficienza del sistema, ma anche della trasparenza, ho notato che davvero i VC non intervengono mai sulle questioni di merito del progetto. Hanno solo un compito di rendere i giudizi il più chiari e meno contestabili possibile. Occorre infatti tener presente che un ricercatore impiega mesi per presentare un progetto e sospettare di aver fallito per un soffio può provocare proteste e reazioni se le cose non sono ben scritte ed evidenziate. Infatti ci veniva costantemente chiesto di esprimere giudizi chiari (“l’implementazione del progetto non è descritta con sufficiente precisione perché non sono descritti gli obiettivi intermedi”), sui quali il VC non obietta mai nulla. Il suo intervento serve solo a controllare che valutando i voti finali siano coerenti con i pluses e minuses indicati.
  4. Last but not least, anche in questi contesti occorre farsi una ragione del fatto che nella vita esiste una parte importante del nostro destino che è giocata dal caso. Dobbiamo vivere come se tutto fosse nelle nostre mani, ma è chiaro che non è mai così. In uno dei progetti presentati, ad esempio, io ero veramente esperto, gli altri due molto meno. Le loro valutazioni ne hanno risentito, io ero il rapporteur e li ho convinti a aumentare non di poco i loro punteggi. Temo che non ce la farà, ma potrebbe essere il primo o il secondo degli esclusi, una buona base per riprovarci l’anno prossimo. Il soggetto è molto specifico, poteva capitare un terzo meno esperto di me e avere una valutazione meno buona. Su questo ci si può fare poco o nulla, ma ricordarcelo sempre forse è utile per avere una visione più serena di quel che ci succede ogni giorno.

E concludo osservando che questo post viene messo praticamente un mese dopo … Si dice che i professori universitari lavorino poco, però tanto mi ci è voluto per recuperare tutto quello che è rimasto qui in attesa del mio ritorno … e il mio ebook sulla teoria dei giochi resta sempre in attesa dell’ultima revisione …

 

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Il 17 Marzo 2003 l’Università Federico II di Napoli ha dato la Laurea H.C. a John F. Nash Jr, una grande idea avuta da qualcuno che si era accorto che questo signore, Nobel Laureate in Economics, secondo la locuzione inglese, in realtà non aveva mai conseguito una laurea in Economia. Quel giorno ho conosciuto J. Nash, e mi piace raccontare la mia storia personale in relazione a questo personaggio eccezionale. Parlando di lui non riesco a trattenermi e a sintetizzare, per cui sarò prolisso, ma pazienza…

Ovviamente come matematico conoscevo bene il nome di J.Nash già negli anni 80, forse meglio della maggior parte degli amici che lavorano nelle discipline più classiche come l’analisi, la geometria e la fisica matematica, perché il suo nome era legato anche ai famosi equilibri di Nash, che un sedicente esperto di teoria dei giochi non può proprio ignorare …

Dunque sono stato molto contento quando nel 1994 ho saputo del premio a lui assegnato, ma la cosa sarebbe finita lì se qualche anno dopo non avessi letto il libro di S. Nasar, A beautiful mind, che in Italia è uscito col titolo Il genio dei numeri (pare che in Italia un libro che parla di matematica, se vuole vendere qualche copia, debba contenere la parola numero nel titolo, mah).

Questo bel  libro ponderoso ha cambiato la vita di un certo numero di persone: sicuramente quella della  Nasar, che  ne ha ricavato una cattedra in una prestigiosa Università, e di Nash, perché è leggendo il libro che un qualche signore ha deciso di girare un film sulla vita del suo protagonista … e a sua volta il film ha fatto di lui una star, dal momento che premiati dal Nobel sono un certo numero, ma quelli che sono anche protagonisti di un film sono molto pochi …

Quel libro ha avuto anche un impatto notevole su di me. Diciamo pure che ha portato la mia ammirazione verso Nash a livelli stratosferici, insomma mi sono innamorato del personaggio. La cosa curiosa è che sono convinto che se fossi stato un suo coetaneo e conoscente non mi sarebbe stato molto simpatico, e forse umanamente non lo avrei ammirato affatto. Era in effetti un ragazzo piuttosto antipatico, e poi un giovane uomo alquanto arrogante, nonché pieno di difetti anche gravi (ad esempio, non ha mai legalmente riconosciuto un figlio, pur non avendo mai negato di esserne il padre, al punto che questo suo figlio ha persino avuto una particina nel film!). Ma leggendo di lui, del suo genio e delle sue peripezie, devo ammettere che mi è nata una grande curiosità di capire l’uomo, e una grande ammirazione per un genio che ha avuto una vita davvero difficile. Comunque proprio a causa del film mi sono dovuto occupare ancora più concretamente di lui; a parte qualche recensione del film sui vari giornali e riviste,  ho scritto articoli su Nash sia su giornali sia su riviste di divulgazione scientifica, ho fatto conferenze sui suoi contributi alla teoria dei giochi, ho tradotto per i tipi di Zanichelli il libro,curato da Kuhn e Nasar, in cui si davano ulteriori notizie della sua vita e venivano raccolti i suoi lavori scientifici più rilevanti; infine, ho parlato di lui varie volte al festivaletteratura a Mantova …

Chiaro che quando ho saputo che sarebbe venuto a Napoli sono entrato in grande agitazione, perché volevo esserci, e possibilmente incontrarlo. Visto che appena ho telefonato all’organizzazione mi è stato detto che tutti i posti erano esauriti, ho provato a telefonare a un mio amico, persona molto influente nel mondo matematico, non solo napoletano, per vedere se poteva procurarmi un biglietto d’ingresso … nulla da fare. In realtà poi è andata diversamente. Qualche anno prima, a un convegno a Venezia dove Kuhn aveva presentato il suo libro con la Nasar, avevo conosciuto una giovane giornalista, Maria Zuppello, venuta al convegno per parlare con Kuhn. Siamo in quell’occasione diventati amici, e quindi le ho fatto sapere che c’era Nash a Napoli, ma che purtroppo non potevamo andarci perché non c’era più posto. Dopo mezzora mi ha richiamato dicendomi tutto di un fiato che aveva ottenuto venti minuti di intervista esclusiva con Nash, e che aveva segnalato di aver bisogno di essere accompagnata di un consulente scientifico … Grazie Maria, non me lo dimenticherò mai, anche se sei finita in Brasile e ho perso i contatti con te per anni, mi hai fatto incontrare Nash e parlare con lui!

Figurarsi dunque l’emozione quando qualche giorno fa ho scoperto che, dopo 10 anni, con un po’ di fortuna avrei avuto la possibilità di incontrarlo di nuovo, o perlomeno di vederlo su un palco. Era infatti l’ospite d’onore a un convegno tenuto all’Università di Bergamo. C’era molta curiosità di rivedere una persona che ormai ha 85 anni, e di cui non avevo sentito più parlare. Ho prenotato un posto e, appena arrivato, passando per un corridoio per andare verso le prime file, ho incontrato il collega che lo aveva invitato. Ovviamente mi ha salutato e mi ha detto che Nash era chiuso in una stanza per sottrarlo alla curiosità delle persone, invitandomi poi a entrare per salutarlo. Quindi sono entrato, e l’ho visto vicino a Odifreddi; nella stanza c’era anche Alicia (che ho riconosciuto dopo un attimo, visto che è molto dimagrita, rispetto a 10 anni fa).

A questo punto succede una cosa per me surreale. Piergiorgio mi vede, e per gentilezza si alza e mi saluta. A quel punto si alza anche Nash per salutarmi … eh no, il mondo oggi gira alla rovescia, Nash che si alza per salutarmi? Non riesco a crederci! Comunque, lo saluto anche io e gli ricordo che ci eravamo incontrati a Napoli, dove avevo assistito alla sua intervista da parte di Maria.  Poi esco, perché so che comunque è una persona che si agita con gli estranei e che è meglio lasciare tranquillo…

Ora arriva il momento di parlare delle impressioni avute durante il convegno (lo chiamo così anche se è improprio, ma non saprei come altrimenti chiamarlo, brevi saluti, 3 minuti di tutorial di TG(!) e poi domande a Nash).

Intanto, durante la prima parte lui era seduto in prima fila, e non so quanto abbia sentito e capito visto che le persone parlavano quasi tutte in italiano, e solo dopo 10 minuti su suggerimento di PG che mi ha visto vicino a lui gli ho passato le mie. Ma questo non ha granché importanza: non ha perso nulla. E’ arrivato poi il suo turno.

Credo di aver perso, non solo io, la metà delle cose che ha detto. Fa fatica a parlare, spesso si allontana dal microfono, e in certi momenti la pur brava traduttrice si fermava perché non capiva. Comunque ha ribadito che si occupa tuttora del cosiddetto programma di Nash, cioè un tentativo di creare un modello che faccia in modo di includere la teoria cooperativa all’interno di quella non cooperativa. Nulla di strano, lui è il padre di quest’ultima, e capisco la sua ambizione di riportare  tutto nel suo alveo. Però ha detto le stesse identiche cose 10 anni fa, e non ha pubblicato nulla (anche se ha menzionato due lavoretti) da un sacco di tempo (trent’anni almeno). E poi ha 85 anni, che problema c’è se smettesse di occuparsi di matematica?

Ho pensato che forse parla di questo perché se invitato non potrebbe certo dire che si occupa d’altro o fa il pensionato … ma allora perché accettare questi inviti? Oltre a tutto sono convintissimo che, come del resto gli è sempre successo, parlare in pubblico non gli garbi mica poi tanto …

Sono personalmente convinto che la molla che lo spinge sia economica. Nash ha guadagnato qualcosa fino ai 30 anni, poi ha perso il lavoro e non lo ha più riavuto. Il premio Nobel gli ha portato un bel riconoscimento  (che comunque ha dovuto condividere con due colleghi), forse dal film ha tratto qualcosa, ma certamente per lui i soldi sono stati e forse sono un problema, anche a causa delle costose cure che sono necessarie per il figlio, malato della sua stessa malattia  (povera Alicia, che vita deve aver fatto).

Tutto questo, comunque, per me è abbastanza triste. Ma non importa. Lui merita comunque sempre la nostra ammirazione, il nostro rispetto, l’onore che si dà a qualcuno di eccezionale, e che ha avuto una vita molto speciale e molto difficile.

Bilanci e propositi

ago
2013
27

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La vacanza, soprattutto quella albarelliana, è anche un’occasione per ripensare un po’ all’anno passato, e a quel che mi aspetta nell’anno futuro…il mio anno effettivamente comincia il primo settembre, anzi, siccome sono un po’ anarchico, ai primi di Settembre, data imprecisata dipendente dagli anni e dagli umori (in realtà gli inizi sono due… perché un altro inizio molto importante è quello delle lezioni… fine Settembre). Ebbene, l’anno passato è stato caratterizzato dalla novità della richiesta, da parte del direttore, di fare il coordinatore del dottorato di Modelli e metodi matematici per l’ingegneria, detto M^3I. Ho debolmente obiettato, poi ho accettato quando lui ha reiterato la proposta…secondo me è un impegno per cui una persona più giovane sarebbe più adatta, ma devo ammettere che per vari motivi ho capito la sua proposta, e quindi dire di sì non mi è costato granché. E non avrei rifiutato neanche se la cosa non mi fosse proprio garbata,  perché ritengo che uno debba essere disponibile quando gli viene richiesto qualcosa; in effetti poi è un tipo di lavoro che non mi spiace, ho bisogno ogni tanto di sentirmi parte più integrante della struttura…D’altra parte, testardo come ogni buon ariete,  non ho voluto rinunciare agli impegni precedentemente presi. Morale: è stato un anno tiratissimo! Per la didattica, ho fatto i due soliti corsi in presenza, i due online, e il corso di dottorato. Poi ho fatto anche qualche viaggio. Precisamente, se ricordo bene, Sofia Antipolis, Barcellona, Parigi, Barcellona, Caserta, Messina, Sofia, Barcellona, Sofia Antipolis…tutte esperienze interessanti e positive (da ognuna nasce almeno un articolo). In particolare, la prima volta a SA sono andato perché membro di una commissione di dottorato all’Eurecom. La cosa è stata oltremodo positiva, in quanto non solo sono stato in un posto nuovo, ma sono nati discorsi e sono state sviluppate idee, col primo risultato pratico che Michela, mia collaboratrice emigrata proprio lì per motivi di cuore, è riuscita a trovare un post-doc proprio in Eurecom! Ho anche organizzato il solito convegno chiamato GT@UM(III) (Game Theory at the Universities of Milano, III), ho seguito almeno 5 persone in tesi, e ho in ballo un certo numero di lavori che, spero proprio, al rientro a settembre vedranno la loro veste definitiva… Tutto bene? Direi proprio che lamentarsi sarebbe una bestemmia. Certo, fare il coordinatore del dottorato porta snorting ambien via del tempo, e dico porta via per indicare il tempo inutile, non quello dedicato a fare cose utili, che ci sta!  Ma quante riunioni insulse, discussioni vuote, procedure stucchevoli, in nome dell’informatizzazione, della trasparenza, dell’uniformità, insomma in nome di cose non troppo sensate. Colpevoli? Tutti, sia chiaro, perché il ministero rompe, e parecchio, ma poi rompe anche il Politecnico…ma pazienza, niente è perfetto;  il mio lavoro tutto sommato è per me davvero una situazione di eccellenza. La cosa più importante, dal punto di vista sociale, che sento di fare è che coloro che si laureano da noi, a Ingegneria Matematica, non hanno nessun problema, proprio nessuno, a trovare immediatamente un posto di lavoro. Giuditta non ha accettato la mia proposta di una borsa di dottorato perché ha trovato qualcosa che le interessava di più…sembra di parlare di un posto esotico, eppure è qui, in Italia, quella della crisi e delle prospettive zero per i giovani…non sono proprio nulle le prospettive, tutto sommato. Insomma, essere parte e coprotagonista di un progetto che ha buone ricadute su giovani che vengono da noi per imparare qualcosa da spendere nel mondo del lavoro, per me è motivo di grande orgoglio, e mi fa pensare di aver ben reso allo stato che mi paga tutto quanto mi ha dato.

In conclusione, un anno veramente ricco, interessante, breathless…dimenticavo l’ebook! E’ in corso la revisione di un piccolo ebook che ho preparato per Pearson-Bruno Mondadori…dimenticavo, due minicorsi per le scuole! Anche quelli mi costano fatica, soprattutto nella preparazione, ma poi sono soddisfazioni…

Quindi i propositi per l’anno che viene sono semplici: continuare, possibilmente, così! Con qualche aggiustamento, però. Per esempio, quest’anno non ho preso due giorni due di pausa dal lavoro: il primo gennaio ero a Milano, certo non a lavorare per 10 ore, ma a lavorare sì! Allora va bene Barcellona, va bene Parigi (certo che ci torno, in entrambe le città), forse faccio persino un salto in Cile, dove ho un interessante invito, ma devo imparare che tirare il fiato ogni tanto è un fatto di efficienza! E dunque, finiti i corsi, una settimana di vacanze, magari in qualche posto termale dove rimettere a posto una gola che mostra segni di affaticamento… e poi qualche cinema, qualche teatro…insomma a Milano non c’è solo il Politecnico!

Odissea siciliana

giu
2013
18

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Sarebbe come, una mattina…*

Partenza da Malpensa alle 14.35, destinazione Catania, volo Easy Jet. Unico a fare lo speedy boarding, nessuna coda e attesa tranquilla in mezzo a famigliole, in particolare spicca una giovane mamma, innamorata persa e incredibilmente orgogliosa della sua bimba neonata, di cui racconta tutto e di più a quelli attorno che guardano la sua bimba. Volo fantastico, l’Italia è bellissima anche dall’alto, anche se sto leggendo un lavoro (che devo leggere per domattina) vedo il Vesuvio, Ponza Ischia e Capri, e poi l’annuncio del comandante che si comincia la discesa, arrivo previsto tra mezzora, con cinque minuti d’anticipo. Il tutto ammirando lo spettacolo delle Eolie. Ecco l’Etna, con la sua nuvoletta attorno alla cresta, e ai suoi piedi Catania.  Le hostess, che hanno passato metà del loro tempo a fare feste e chiacchierare con la giovane mamma e col babbo che però al momento è un accessorio, non si capisce bene se più innamorato della moglie o della bimba, si siedono e si allacciano le cinture. Dopo 10 minuti si alzano, una va in cabina di pilotaggio, l’altra aspetta in piedi. Poi vanno in fondo all’aereo, poi parlano con la amica-mamma… comincio a essere inquieto, ma non troppo perché l’amica mamma e il marito paiono tranquilli. Atterriamo più di un’ora dopo, perfettamente, e ci apprestiamo a uscire, quando il comandante esce dalla cabina di pilotaggio e ci prega di stare seduti perché c’è stato un problema idraulico e devono fare dei controlli…sembra piuttosto adrenalinico, ma in effetti dopo due minuti ci fanno uscire. Nel frattempo avevo visto il carro dei pompieri a fianco della pista, e mi sono ricordato di quella volta, 23 anni fa, in cui tornando dalla California sul volo non stop LA Milano, mi sono insospettito e innervosito perché abbiamo preso la direzione del Giappone, paese che non mi interessava proprio visitare. E infatti dopo 20 minuti l’annuncio “Torniamo indietro” (eravamo andati a scaricare un bel po’ di carburante sul Pacifico) e mi sono visto una spettacolare parata di ambulanze e carri dei pompieri attorno alla pista (normali procedure di sicurezza richieste dalle assicurazioni); anche quella volta problema idraulico, non era rientrato il carrello, non si può volare tredici ore col carrello giù… insomma, finalmente scendo dall’aereo, con un pensiero di ringraziamento al pilota che, credo, abbia fatto un lavoro davvero eccezionale, ed è atterrato con una dolcezza incredibile. Vado a prendere la corriera per Messina, che finalmente arriva; solita calca per salire, metto la valigia nel bagagliaio e toccandomi la tasca dei pantaloni  mi rendo conto che non ho più il borsellino (bancomat, patente, tessera sanitaria…i pochi soldi sono il meno). Attimo di panico poi la decisione: non salgo sul pullman, torno indietro, visto che comunque è domenica, arriverò un po’ più tardi. Rientro in aeroporto, mi guardo attorno indeciso, e finalmente trovo l’ufficio informazioni. Chiuso. Cerco e trovo l’ufficio oggetti smarriti. Chiuso. Mi guardo attorno e vedo la giovane mamma. MI avvicino, le chiedo gentilmente se è un hostess della EJ (domanda scema che serve da introduzione…) e le spiego la faccenda. Mi dice di ricordarsi di me, di non preoccuparmi che porteranno il borsellino al Lost and Found … mi faccio coraggio e le dico che ho visto che una delle hostess era sua amica –per caso non ha il suo cellulare?- Sì, aspetti, le ho detto di farmi uno squillo … per farla breve, riesce a parlare con l’amica, che le dice che il marito ha lasciato il libro che leggeva sull’aereo, e che hanno trovato il mio borsellino; sospiro di sollievo. Morale, dice che mi conviene provare  a passare all’ Ufficio Oggetti Smarriti … ma è chiuso!. “Guardi, vada dai Carabinieri, sono proprio lì davanti” … ringrazio e saluto lei e il marito, e faccio un sorriso a Marisole, che finalmente ride contenta, si vede che le orecchie hanno smesso di far male.  Vado dai carabinieri, alla scrivania è seduto un appuntato, di fronte un’addetta dell’aeroporto, e spiego la situazione. “Deve essere questo, come si chiama?”. Mi riprendo il mio borsellino, dopo aver controllato il contenuto e firmato qualche carta, in effetti l’addetta lo stava consegnando, e l’appuntato stava scrivendo il verbale (temo anche di aver interrotto un’amabile conversazione…).

 Morale, quando si è distratti poi bisogna ingegnarsi il doppio e … avere anche fortuna. Esco col mio borsellino, vedo l’hostess che esce dal parcheggio, la raggiungo la ringrazio le auguro una buona vacanza e le chiedo il nome, per poterlo mettere sul sito…

Grazie Letizia, sei stata paziente e gentilissima!

Vado di nuovo alla fermata del pullman, essendo festivo quello di un’ora dopo non c’è (beh, mica posso lamentarmi), quindi devo aspettare un’ora e mezza, e poi un’altra ora e mezza di viaggio, insomma faccio prima a arrivare a Sofia. Ma è andata bene così, in fondo…

La sera mangio un boccone e bevo una birra in un Irish Pub. Tutto accettabile, meglio la birra. La mattina mi vengono a prendere per portarmi all’Università, e mi accorgo che non ho il cellulare… andiamo in dipartimento e poco dopo telefono e quando dico “ieri sera ero lì a cena” mi sento rispondere “Samsung nero”.  Ok ho capito, passo stasera…

 Inutile dire che non è finita qui.. Stamattina ho scoperto che tutte le cartelle della mia USB sono state massacrate dal computer di Sofia cui l’ho connessa per fare la mia presentazione (le date delle ultime operazioni a qualcosa searvono, no?). Un bel casino, chissà quando ho fatto l’ultimo back up…ma troverò una soluzione per limitare i danni… E adesso sulla corriera per l’aeroporto di Catania, non riesco aessere di cattivo umore. Nonostante le disavventure, sono stato trattato molto bene, e ho avuto l’impressione che la mia visita sia stata utile per loro. Quindi i soldi per la mia visita sono stati ben spesi… il che mi piace.

*Svegliarsi ed essere a Messina, Roberto Vecchioni