Lavorare a volte non stanca

set
2015
30

scritto da on Home, home

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       SIENA               Qualche settimana fa l’Unione Matematica Italiana ha invitato tre colleghi e me a parlare alla Biblioteca degli Intronati di Siena, città scelta per ospitare quest’anno il nostro congresso. In questa presentazione ci era chiesto di spiegare di che cosa ci occupiamo nella nostra ricerca e più in generale nel nostro lavoro di matematici. Può sembrare strano, ma ho dovuto pensarci un po’ per poter rispondere nei rigorosi tempi prescritti, che imponevano di scegliere argomenti precisi e concisi.

I miei colleghi hanno brillantemente riassunto in 10 minuti o poco più di che tipo di problemi si occupano, io invece ho preferito fare una cosa diversa: perché?

Il  fatto è che credo di non riuscire a definirmi “matematico” fino in fondo, e quindi ho scelto di spiegare che cosa sono gli aspetti veramente significativi del mio mestiere; che poi per esprimere queste mie caratteristiche utilizzi la matematica, rende questa più un mezzo che lo scopo della mia professione, almeno per come la vivo io. E’ così che ho voluto mettere in evidenza che ciò che faccio per me ha tre aspetti distinti, che si integrano e acquistano veramente senso perché sono coniugati assieme: non potrei davvero portarne avanti uno solo senza gli altri.

Il primo aspetto è la ricerca. All’Università questo è un dovere. E’ un’attività che si può esibire poco dal punto di vista pratico. Certo, di solito si scrivono lavori, ma questo è solo un vago indicatore. C’è chi pubblica molto ricercando poco, e chi pubblica poco o niente per anni ma poi esce con la dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat (anche se  questo accade piuttosto raramente…). Comunque nel tempo si riesce a valutare se uno è impegnato nella ricerca, ed io credo di averlo fatto, sia pure con tutti i miei limiti, che in questo caso sono palesi. E cerco di continuare ancora adesso…

Il secondo aspetto è l’insegnamento.

Parlare, a dei ragazzi in genere molto interessati, di cose che ti piacciono, trasmettere loro conoscenza, è una enorme soddisfazione. E’ vero, molti pensano che l’insegnamento sia un lavoro piuttosto ripetitivo. In parte può essere vero, ma una delle fortune  che abbiamo noi che lavoriamo all’Università è che in fondo non dobbiamo insegnare moltissimo. E a me questo sta veramente bene…siccome il Politecnico (lo so ci sono più Politecnici, ma per me il Politecnico è uno…) permette di compattare gli insegnamenti in un semestre, finisco le lezioni a fine Gennaio e riprendo i primi di Ottobre. Il fatto di avere un periodo significativo senza impegni di aula in effetti ha come conseguenza che tra 15 giorni ricomincerò i corsi entusiasta di farlo, anche se questo succede da 42 anni abbondanti… e un periodo di sosta mi permette di raccontare cose simili a quelle degli anni precedenti con visioni un po’ diverse, e di introdurre aggiustamenti maturati in testa dopo aver fatto un po’ sedimentare l’esperienza dell’anno precedente.

Riguarda sempre l’ambito didattico (ma qui siamo al confine con la ricerca…) occuparsi delle tesi, ed io ne seguo parecchie, soprattutto di master, oltre che qualcuna di dottorato. Questa parte del lavoro quasi sempre dà enormi soddisfazioni. Un rapporto personale permette davvero di insegnare tante cose, non solo a affrontare uno specifico argomento tecnico. Quanto alle soddisfazioni, beh quelle si leggono negli occhi degli studenti il giorno in cui si laureano; a volte poi le ritrovi nei ringraziamenti…riporto qui quello di Benedetta, che tra tutti rimane quello che più mi ha lasciato davvero senza fiato

Ringrazio prima di tutto il professor Lucchetti, per tutto il tempo che mi ha dedicato, per avermi insegnato a pensare nella maniera giusta, e per tutta la passione che mi ha trasmesso…

Come si fa a chiedere di più? Come si fa a non avere voglia di trasmettere cose belle a persone così?

Infine, l’insegnamento significa anche, in senso lato, occuparsi di didattica dal punto di vista dell’organizzazione. Io l’ho fatto per sei anni come Presidente del Corso di Studi di Ingegneria Matematica, e per tre anni come Coordinatore del Dottorato di ricerca. Due cose diverse, ma ugualmente appassionanti, perché ti permettono di seguire il percorso di tante persone che compiono i loro studi con entusiasmo, e si lanciano poi nel mondo del lavoro con la fiducia (ben riposta!) di avere una preparazione di qualità. Ecco, gestire questi processi, cercando di smussare le difficoltà non direttamente legate allo studio (che invece deve essere tosto!), è un lavoro appassionante, che porta via un sacco di tempo, che va fatto per un periodo limitato, ma che lascia con una grande ricchezza dentro.

Infine, c’è la divulgazione. Da questo punto di vista devo parecchio alla matematica. Il mio vero sogno nel cassetto era scrivere libri, soprattutto romanzi. Non avendo idee sufficienti, probabilmente non avendo nemmeno uno stile particolarmente elegante, ho lasciato perdere i romanzi…ma la matematica si è rivelata una trama su cui lavorare. Quindi ho provato un gran gusto a scrivere qualche libro, a curarne qualche altro, e mi piace anche fare lavoro editoriale, come lavorare per una rivista, e curarne qualche numero particolare…

Questi aspetti sono, come dicevo, per me fortemente interconnessi. Vado spesso, e mi piace parecchio, a lavorare a Parigi, in un laboratorio di ricerca dove le persone, se insegnano, lo fanno molto raramente, in maniera non programmata (può capitare che venga loro chiesto di fare qualche lezione a un master). In genere sono molto contenti di non avere questi impegni. Credo che invece per me sarebbe impossibile. La ricerca per me ha senso soprattutto, anche se non solo, perché insegno. Certo, non è che in aula vado a raccontare quel che ho fatto negli ultimi lavori, questo sarebbe senza senso. Però sento fortemente che essere impegnato nella ricerca, oltre a permettermi l’attività di tesi, mi aiuta anche a non essere troppo ripetitivo nei corsi che faccio. La ripetizione nell’insegnamento uccide ogni stimolo; quando ricerco, vedo cose nuove, vedo anche cose classiche ma con un’ottica diversa, e tutto questo, anche se non immediatamente, ha delle ricadute su come insegno in aula. Quanto alla divulgazione, è per me evidente che un libro parte sempre dalle mie esperienze in aula. Ne ho scritto uno di teoria dei giochi nel 2001, un altro dieci anni dopo sostanzialmente sugli stessi argomenti. Eppure, per me sono diversissimi, perché il secondo è arrivato dopo 10 anni di corsi su quegli argomenti, e ogni classe mi ha portato idee nuove, nuovi modi di presentare le cose: è lo sforzo quotidiano di provare a far capire sempre meglio agli  studenti, che poi ha ricadute sul modo in cui scrivo un libro. C’è chi non ha bisogno di questo. C’è chi è capace di scrivere un libro che parla di matematica conoscendo poco gli argomenti di cui parla. C’è persino chi lo fa molto bene (e non lo dico affatto ironicamente, ho in mente un esempio ben preciso…). Io non posso. Ci sono stati nel passato un paio di periodi in cui, tra libri pubblicati e conferenze tenute a ritmi abbastanza elevati, ho forse un po’ trascurato la parte più carbonara della ricerca, portata avanti con poche persone in giro per il mondo. Ebbene dovevo smettere proprio di andare in giro a parlare, non scrivevo più articoli di divulgazione, perché mi sentivo più un attore (guitto) o un opinionista, che non uno scholar (lo so che si traduce in esperto, ma faccio fatica a sentirmi esperto in un argomento qualsiasi, scholar mi mette meno ansia) che parla delle cose che sa.

Per chiudere il cerchio, mi sono posto la domanda su che cosa poteva essere il vero filo conduttore delle mie tre attività, posto che uno ce ne fosse. L’ho trovato, e la cosa mi è proprio piaciuta, anche perché in fondo si lega perfettamente con la gran parte della ricerca che faccio negli ultimi tempi. Il filo conduttore è rappresentato dalle relazioni che queste attività mi permettono di instaurare con gli altri. La vita è per definizione interazione, questi aspetti del mio lavoro mi permettono di farlo in maniera incredibilmente interessante con persone di ogni tipo.

La ricerca è scoperta, e scoprire per me è elettrizzante e stimolante quando lo si fa con qualcuno.

Preferisco scrivere i libri da solo, perché sono opera di sintesi, ma quando cerchi di risolvere un problema stai vagando al buio:  trovo molto più bello cercare le vie di uscita assieme ad altri… è un’esperienza molto intensa, non a caso molti miei coautori sono diventati amici così. Che la didattica sia interazione concreta è evidente, che lo sia la divulgazione non è così ovvio, ma è certo che scrivo e presento cose al pubblico perché ho bisogno di trasmettere le cose che mi appassionano.

Essendo la teoria dei giochi, che insegno, che propongo per tesi, che racconto nei libri, la matematica della interazione, direi che ho scoperto, proprio in questa occasione, che c’è una grande (involontaria!) coerenza nel cammino che sto percorrendo in questo mestiere che proprio non riesco ad amare un po’ meno, nonostante lo pratichi da tempo immemorabile…

 

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