Simone Secchi, i nativi digitali e la pazienza

dic
2013
04

scritto da on Home

1 commento

Simone Secchi,  studente vari anni fa a un mio corso, ora professore all’Università Bicocca, nonché amico su Facebook, ogni tanto segnala sul social qualche sua riflessione scritta sul suo blog (segnalato qui a destra). Leggo sempre le sue riflessioni, sia perché scrive bene, sia perché dice cose interessanti, ma anche, lo confesso, perché le mie idee spesso mi sembrano più “giovani” delle sue, e questo mi gratifica visto che anagraficamente non c’è storia, potrebbe essere mio figlio… Le ultime sue riflessioni traggono spunto da un articolo (poco interessante, come lui stesso precisa) sui “nativi digitali”, cioè sulle nuove generazioni, nate nell’era dell’informatica e di Internet. Ecco, qui mi interessa esprimere qualche idea in libertà su questo, piuttosto che dialogare con Simone  sullo specifico di quell’articolo.

E’ assodato che l’uomo ha vissuto alcune vere rivoluzioni, che ne hanno cambiato radicalmente la vita, la filosofia, la psicologia. La prima, la rivoluzione agricola. Da nomade qual’era, l’uomo è diventato animale stanziale dopo aver imparato a coltivare, per godere dei frutti del suo lavoro. E la caccia è stata sostituita dall’allevamento. Poi si passa alle rivoluzioni industriali, che ancora una volta hanno provocato enormi cambiamenti, come ad esempio un grande aumento della popolazione e una  concentrazione di grandi masse di persone negli stessi siti (le città). Ebbene, oggi siamo agli inizi di un’altra rivoluzione, della quale facciamo fatica a capire la portata, perché è evidente che queste analisi vanno fatte a posteriori, e quelle in itinere non possono che essere parziali. Quel che è certo è che questa è una grandissima rivoluzione. Ha, per esempio, comportato la globalizzazione, fenomeno che possiamo amare o odiare ma che ormai è inesorabile. Da un certo punto di vista le grandi migrazioni degli ultimi 20 anni devono forse più alla televisione e a Internet che a un’aumentata capacità di viaggiare. L’Economia del pianeta è in fibrillazione, anche perché la grande facilità di scambi e di trasporti ha reso il mercato completamente non omogeneo; basta pensare a quanto sia impari la competizione di prodotti simili, se uno è prodotto in un paese sufficientemente rispettoso dei diritti umani e attento alle esigenze sindacali e l’altro invece in un regime semi dittatoriale.

Ma io credo che la rivoluzione digitale abbia portato a cambiamenti ancora più radicali nella nostra psiche, di quanto abbia fatto la tecnologia con le nostre abitudini. Facevo a Simone il paragone tra un nativo digitale che gioca a un video game, o usa un social network, e me che guido un’auto. La mia conoscenza della mia BMW e del suo motore è paragonabile a quella che ha un bambino di 6 anni dell’Ipad di suo padre (o, ahimé, del suo Ipad, a volte): cioè praticamente nulla. Eppure io so guidare, il bambino sa utilizzare  l’Ipad, almeno per quel che gli serve.

L’altro giorno, mio nipotino, nativo digitale, a un amico di famiglia che doveva mettergli su un film per la buonanotte, e che gli ha chiesto se era quello che aveva in mano il cd giusto, gli ha risposto: quello è un dvd, ma mi devi mettere su il blue ray… a me sembra tostissimo, ma probabilmente lo penso perché non sono nativo digitale! Questo naturalmente non dice nulla sul livello delle conoscenze dei nativi digitali, né ci può far concludere che sono più esperti di Internet o informatica perché la usano con grande disinvoltura.

Io credo invece che le riflessioni vadano spostate su un piano molto diverso. Quanto questi nuovi strumenti ci hanno cambiato e ci stanno cambiando? Credo moltissimo. E quel che occorre fare è riflettere, riflettere, riflettere, per adeguare i nostri comportamenti alle nuove realtà, e viverle al meglio.

Mi spiego con l’esempio più bello per me. Penso che Internet (e non solo Internet) ci abbia reso molto impazienti. Se penso a quando, non molti anni fa, ero interessato a  un lavoro di qualcuno che non trovavo in biblioteca, mi sembra il medio evo. Scrivevo al tizio, mi affidavo alle poste di due paesi diversi, oltre alla sua gentilezza, e dopo un mese, se mi andava bene, ricevevo le fotocopie di un lavoro, spesso tra l’altro scritto in maniera editorialmente orrenda. Ora se mi interessa un lavoro, lo cerco in rete e se non lo trovo, a parte pochissime eccezioni dopo un minuto non mi interessa più! Sono impaziente! Troppo impaziente. La pazienza è importante; io spiego sempre con grande entusiasmo uno splendido teorema di teoria dei giochi che dice la cosa seguente. Ci sono giochi in cui esistono situazioni in cui tutti stanno bene, ma che sono situazioni irraggiungibili perché individualmente non sono accettabili. Pensiamo al pagare le tasse. Tutti sono d’accordo che è necessario farlo, se tutti lo facessero la società ne avrebbe vantaggi, ma poi dal punto di vista individuale, se non ci sono incentivi a dichiarare il vero, nessuno lo fa perché non è conveniente. Ebbene questo teorema asserisce più o meno questo. Se il gioco viene ripetuto, e se noi siamo pazienti (nel senso che valutiamo i guadagni futuri senza scontarli troppo rispetto al presente, insomma 120 Euro domani sono meglio di 100 oggi) e se pensiamo di avere davanti tanto  futuro per giocare, allora la situazione di benessere sociale (paghiamo tutti le tasse) può essere razionale anche dal punto di vista individuale.

Se siamo più pazienti! Io mi sento di  dedurne che almeno in parte la povertà della vita pubblica di oggi,  il fatto che la gente se ne freghi di assumere comportamenti scorretti, come ad esempio posteggiare l’auto bloccandoti l’ingresso non è (solo) dovuto al fatto che le persone oggi sono peggio di ieri (e perché mai, poi?) ma solo perché siamo troppo impazienti: oggi lo faccio perché non mi interessa il futuro, il fatto che tu domani lo possa fare a me non mi scalfisce più di tanto. E, a proposito, ecco perché una società più giovane è potenzialmente più ricca di prospettive: perché ha più futuro davanti a sé!

In un mondo sempre più tecnologico, sempre più scientifico, pensare, fare filosofia, penso sia sempre più necessario. E lo dovrebbero fare tutti. Vivremmo meglio. Conclusione: non stiamo tanto a lamentarci del fatto che la situazione sembra degenerare sempre più. Accettiamo il nuovo, che porta vantaggi e svantaggi, e pensiamo a come limitare i contro e sfruttare le opportunità.

One comment on “Simone Secchi, i nativi digitali e la pazienza

  1. Simone Secchi on said:

    Molto interessante, e non lo affermo perché mi citi. Hai ragione: pur non trovando il coraggio di proclamarmi conservatore in senso politico, temo di esserlo in senso filosofico.
    Il discorso della pazienza l’avevo sottovalutato. Hai ragione da vendere, quando osservi che ormai vogliamo tutto e subito, hic et nunc. Se voglio leggere un libro, non riesco ad aspettarlo per una o due settimane come mi capitava ai tempi del liceo; lo voglio al più presto, e immagino che sia la fortuna di certi siti di vendita on-line…
    Però, caro Roberto, hai cambiato la natura del discorso: dal progresso inteso come accrescimento delle competenze al progresso come adattamento alla realtà. Concordo appieno su quest’ultima accezione, ché non ha senso aggrapparsi ad un passato che non tornerà (o forse tornerà, e saranno dolori). E riconosco ad esempio gli errori dei miei genitori, riluttanti ad ogni tecnologia degli ultimi vent’anni.

    La morale, apparentemente, è che sono un nerd conservatore? Eh eh eh…

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