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Questo libro fa parte dell’ormai sterminata produzione giallistica scandinava; non mi è mai stato chiaro se questa sia frutto di una tradizione recente, di una fortunata circostanza di mercato, o probabilmente del classico meccanismo d’imitazione; comincia uno, fa fortuna, gli altri seguono a ruota. All’inizio un certo numero di questi gialli mi sono piaciuti, ora francamente cominciano ad annoiarmi. Non posso parlare male di questo, scritto con un certo stile, ma l’unica cosa che mi rimane è che la vicenda è uscita dalla mia testa un secondo dopo che avevo terminato il libro: e anche se vado a rileggermi la trama su Internet, come il libro finisca proprio non me lo ricordo. Insomma, per me irrilevante…

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L’autrice di questo libro è giovanissima, ha 28 anni.  Non so se è una scelta ben precisa dell’editoria, ma mi pare che recentemente stiano uscendo parecchi libri di scrittori davvero molto giovani; almeno a me è capitato di leggerne non pochi. Forse, gli esordienti (o quasi) hanno meno pretese con i diritti, forse c’è bisogno di figure nuove;  comunque il motivo per questo fiorire  in fondo non ha grande importanza, quel che interessa, credo, è se almeno qualcuno di loro ha qualcosa da dire. Io in ogni caso in genere li leggo volentieri. Credo che sia un modo per vivere in un mondo psicologico che ho vicino, visto che questi scrittori hanno l’età dei miei figli e qualche anno in più (pochi) degli studenti che mi ritrovo in classe o in tesi. Il libro narra, in prima persona,  la storia  di una ragazza che ha il pallino dello scrittore, che vuole a tutti i costi sfondare nel mondo della scrittura, e che ha pubblicato un libro di cui si vergogna (del resto, come non capirla, il titolo del suddetto è Winny, coniglio cagone). La vicenda si snoda tra grandi bevute e un certo qual numero di incontri, per lo più di tipo sessuale, finalizzati le une e gli altri al grande traguardo che Edgarda Stefanelli si è prefissa. Non si tratta di un grande romanzo, certamente. Però vi ho trovato qualche spunto interessante, qualche trucco narrativo ben congegnato, insomma una lettura che non mi è spiaciuta, anche se non è detto che mi metta a cercare altro scritto dall’autrice, o a aspettare il suo prossimo libro.

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Ecco due gialli interessanti, davvero. Di Una piccola storia ignobile non parlo per nulla, rimandando alla bella recensione (beh, come sempre) che ne ha fatto recentemente Viviana sul suo blog                                                                                    (http://stravagaria.wordpress.com/2013/08/07/una-piccola-storia-ignobile/#comments).

Due parole invece su L’ultima notte bianca, ambientato durante le recenti Olimpiadi invernali di Torino. La vicenda narrata mi sembra, in questo caso in maniera spiccata, una scusa (un’ottima scusa, meglio) per parlare di Torino, dell’evento dei giochi e di quel che ha portato alla città, e delle persone che ci vivono. Nello stesso tempo la trama è interessante, con un bel ritmo, che non è quello incalzante di certi thriller, soprattutto americani, che ti prendono (in modo un po’ artificiale) e ti impediscono di fatto di fare attenzione a tutto il resto. Qui è diverso, c’è un ritmo che permette di seguire la storia, ma anche di prestare attenzione alle descrizioni, che non sono mai di cornice, ma che invece fanno parte integrante della trama e della filosofia del libro. Certamente mi leggerò le prossime avventure di Anna Pavesi

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Ecco un giallo, o meglio un noir, di tipo classico, col solito investigatore mezzo cinico mezzo sentimentale, che prende botte (e conseguentemente aspirine) all’incirca ogni due pagine, che vuole portare a letto questa e quella ma poi si innamora, che beve ancor di più di quanto prenda botte. Fino ad arrivare alla conclusione, che per la sua sorpresa riscatta, almeno parzialmente, tutto il resto. Comunque chi ignora questo libro secondo me non perde proprio nulla di nulla…

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Ecco un libro che ho letto volentieri, dall’inizio alla fine, per la sua trama, per come è scritto, per come è stato costruito. Si potrebbe definire un giallo, anche se non è esattamente così. Del giallo ha la ricostruzione di una verità, lo svelarsi piano piano di fatti apparentemente inspiegabili, la rivelazione finale. La storia ha per protagonista Charlotte, che fa il difensore d’ufficio a Filadelfia, e che viene catapultata in una vicenda dalla quale all’inizio vorrebbe prendere le distanze, ma che presto la conquista: si tratta di trovare le prove della (presunta) innocenza di un anziano milionario di origini tedesche, accusato di aver tradito il fratello di fatto consegnandolo ai nazisti, e di aver da allora costruito la sua fortuna. Le vicende vengono narrate, in maniera godibile, utilizzando il classico trucco di alternare narrazioni del presente con descrizioni di fatti e sentimenti del passato, sempre però descritti in tempo reale. Come è ovvio, la vicenda professionale della protagonista viene arricchita da storie e sentimenti personali, in un intreccio che, forse un po’ artificialmente, per certi versi ricorda le vicende affettive passate. Un libro certamente non memorabile, però una lettura estiva molto piacevole.

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Ho trentanove anni, sono alto, intelligente, il mio fisico è ben tenuto, godo di ottima salute e ho una posizione professionale molto elevata, in quanto professore associato, e un reddito superiore alla media. In base alla logica, dovrei risultare attraente a un’ampia varietà di donne. Nel regno animale, avrei subito successo nella riproduzione.

 Il protagonista, persona razionale, metodica, diciamo pure molto noiosa e anaffettiva, avendo scoperto che le persone sposate sono mediamente molto più felici di quelle che non lo sono, decide di dover far qualcosa per por termine alla sua vita di scapolo. Decide dunque di preparare una specie di test da sottoporre a eventuali candidate, in cui domande e risposte dovrebbero portare a selezionare la moglie ideale (per sé). Non ci vuole un’intuizione mostruosa per capire che poi la vicenda ruoterà attorno a una candidata che non corrisponde praticamente in nulla a quella che dovrebbe risultare  ideale secondo il test, ma che avrà evidentemente armi, usate in maniera nemmeno cosciente, sconosciute al professore associato e forse per questo  particolarmente efficaci. L’occasione che porta il professore a interagire con la sciagurata suona un po’ artificiale nel libro, ma non disturba più di tanto. Il tono è volutamente leggero, e divertente. La lettura scorre veloce senza sforzo, e alla fine non si ha l’idea di aver sprecato il proprio tempo. E poi, in realtà quel che il libro vuol dirci è molto meno superficiale di quel che potrebbe sembrare a una lettura distratta. Insomma,  non siamo di fronte a un libro memorabile, ma soprattutto in questa stagione calda e con la stanchezza pre-vacanze, questa scelta di lettura casuale per me è stata abbastanza fortunata.

PS Il fatto che il ruolo di  professore associato venga definito posizione professionale molto elevata fa capire che la vicenda si svolge in un posto molto lontano in tutti i sensi dall’Italia…

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Ecco l’ennesimo esempio di libro comperato in formato elettronico, e solo perché la Newsletter quotidiana di Amazon me lo aveva segnalato in grande offerta. Vado sempre a vedere le offerte, e le prendo quasi tutte… visto che non prendo caffè e cornetto la mattina al bar, l’ebook mi fa risparmiare… Molti acquisti poi giacciono su Kindle: a volte li dimentico pure. Questo è stato acquistato senza esitazione e senza nemmeno dare più di un’occhiata alla trama, quasi sicuramente perché il titolo mi ricordava quello di una famosa canzone di Faber, Quello che non ho. Anche questo acquisto  è stato dimenticato per un po’, poi settimana scorsa ero a Sophia Antipolis e quando sono in giro ovviamente ho più tempo per leggere (risparmio in genere sul tempo che in Italia passo rilassandomi a vedere qualche partita…).

Il libro, ambientato in Francia,  è un racconto in prima persona della storia e dei pensieri di una signora di 47 anni, Jocelyne Guerbette, madre di due figli e moglie di un operaio di nome Jocelyn: anche nel fatto di condividere il nome c’è un segno. La vita si svolge tranquilla, lei è padrona di una merceria, e la sola cosa un po’ anomala che si concede è un blog che decide di animare per riempire i tempi morti della sua attività, che procede molto fiaccamente per la maggior parte dell’anno. Blog che inaspettatamente attira attenzione e le porta anche buonissimi frutti nella sua attività di merciaia. La vita procede tranquilla, e  lei la vive e la racconta con una visione semplice, ma lucida e consapevole. Fino al giorno in cui un avvenimento particolarmente inusuale  cambia la sua vita, prima a livello psicologico, poi anche sul piano pratico. E della trama non dico più nulla.

Si leggono libri belli, si leggono libri brutti, libri che ti appassionano, che stenti a finire, che molli dopo un po’ perché è una pena continuare. Poi, raramente, succede che incontri un libro che ti fa battere il cuore come quando  incontri  una persona, e senti immediatamente che non sarà una conoscenza come un’altra. Questo, esattamente come succede con una persona,  altera il tuo giudizio, il tuo modo usuale di vedere le cose. Perché vedi, nella persona e nel libro, cose che pochi vedono, perché sono più dentro di te che in quel che osservi, forse.

Mi sono portato l’Ipad al ristorante per la cena. Lo so, è una cattiva abitudine, ma se leggo almeno mangio un po’ più con calma, e i vestiti me li macchio comunque anche se sto attento.. questa  è un’arte istintiva.  Credo che se qualcuno mi avesse osservato (cosa che per fortuna non ha nessuna probabilità di accadere) si sarebbe chiesto con sorpresa che cosa stessi guardando sull’Ipad, perché leggendo sono stato attraversato da molte emozioni e, lo ammetto, un paio di volte ho dovuto trattenere le lacrime. Ho provato, come faccio spesso, a sottolineare le frasi che mi colpivano (l’Ipad ha anche questo di molto bello, puoi sottolineare senza nessuno scrupolo, perché quando decidi puoi cancellare, e diversamente dal libro non ne rimane traccia…), ma poi ho smesso perché mi rendevo conto che, avulse dal contesto, sarebbero potute sembrare frasi a effetto, retoriche, un po’ da Baci Perugina.

A un certo punto, e questo non mi accade praticamente mai, ho dovuto smettere di leggere, perché mi ha preso la paura che, continuando, potessi rimanere deluso: come poteva il seguito essere meglio di quanto avevo già letto? Infatti, quando sono tornato in camera, mi sono messo  a fare dell’altro. Ho finito il libro quando mi sono svegliato, la mattina, a un orario impossibile: avevo tutto il tempo di farlo, visto che dovevano passare a prendermi più di tre ore dopo. E, come in fondo già sapevo, ho continuato ad leggerlo senza  la stessa trepida intensità della sera prima. Anche se mi è piaciuto molto, e ho trovato elegantissima la chiusura della storia, il che a mio parere non succede quasi mai.

Questo mio pezzo finisce sotto la tendina che un po’ arrogantemente ho titolato recensioni: non ho le competenze per recensire. Però agli amici si può far nascere almeno la curiosità, e questo è un’ottima cosa, ho letto molti libri interessanti trovandoli recensiti nei blog.

Questa volta il mio è solo un omaggio, un atto d’amore. Non mi stupirei se persone anche con i gusti vicini ai miei non trovassero nel libro emozioni intense come le mie.

Concludo dicendo che ovviamente sono andato a vedere su Internet se la scrittrice aveva già pubblicato dell’altro. Eppure lo so che Grégoire è un nome maschile! Beh, la prima reazione è stata di delusione, arrabbiatura, ma come, è un uomo che ha scritto questo? Segno inequivocabile del tipo di rapporto  estremamente emotivo che ho avuto con questo libro, che rileggerò presto, anche se non sono sicuro che sia una buona idea…

 

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Si tratta della ricostruzione di un fatto realmente avvenuto nel 1955. E cioè della rapina di un notevole quantitativo d’oro, prelevato durante un trasporto in treno. Il libro narra tutta la vicenda, a partire da tutti i preparativi, fino al processo che conclude la storia (o quasi). E’ una lettura molto leggera, adatta alla stagione, ma anche molto piacevole. Sono molti gli sguardi che l’autore dà alla mentalità e ai costumi dell’epoca, e ho trovato questo molto divertente e istruttivo perché credo che tendiamo un po’ troppo a pensare che usi, mentalità e costumi in passato fossero abbastanza simili ai nostri, il che poi ci porta a formulare giudizi affrettati sui personaggi di allora. Particolarmente riuscite a mio avviso sono le descrizioni dei personaggi femminili, e più in generale come la femminilità veniva vista e vissuta allora. Libro benissimo scritto, in conclusione chi ama mettersi un libro in borsa per andare alla spiaggia non fa una cattiva scelta portandosi dietro questo: meglio di molte conversazioni sotto l’ombrellone…

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Vincenzo Latronico può essere considerato un enfant prodige della letteratura italiana. Nato nel 1984, ha al suo attivo già un numero considerevole di libri (Ginnastica e rivoluzione (2008), Linee guida sulla ferocia, in Working for Paradise (2009), La cospirazione delle colombe (2011), Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia (2012), La mentalità dell’alveare (2013)), nonché collaborazioni varie con siti, trasmissioni radiofoniche ecc   ecc. Ha la non tanto segreta passione, o meglio mania, di leggere avidamente il blog di Beppe Grillo, e da questa passione nasce il suo ultimo libro, La mentalità dell’alveare. In realtà, come lui stesso ha raccontato durante la presentazione nella libreria Feltrinelli in Piazza Duomo a Milano, il tutto è nato dalla sua frustrazione di non riuscire a spiegare ai suoi amici in Germania (dove vive, almeno parte dell’anno) il suo pensiero sul movimento 5 stelle. Per uno come lui è diventato quindi naturale provare a farlo in forma scritta. La scelta è caduta sulla forma romanzata, che forse gli veniva più naturale rispetto al saggio. Così ha scritto il libro in meno di un mese (io credo che non mangi e non dorma) anche saccheggiando un po’ di idee dal romanzo che aveva in gestazione… in effetti ho incontrato Vincenzo per una presentazione congiunta alla Libreria Assaggi di Roma, e allora mi aveva parlato del romanzo tuttora incompiuto, non della Mentalità: siccome l’ho incontrato a Marzo, non racconta una bugia quando dice che l’ha scritto in un mese…

Comunque la storia è ambientata in un futuro non lontano, in cui la rete dei volonterosi ha preso il potere in Italia. Protagonista una coppia di militanti (con coprotagonista un’altra coppia) e fatto che dà spunto al romanzo una nuova legge, che proibisce il pignoramento della prima casa (e qui Vincenzo è diabolico, visto che qualche giorno fa il governo Letta ha avuto la stessa idea). Questa legge ha come effetto l’immediato rialzo dei mutui sulla prima (e solo sulla prima) casa, cosa che rende impossibile ai giovani protagonisti l’idea di comperarsi una casa. A meno che… ecco che a uno dei due viene l’idea, potremmo dire una soluzione all’italiana, di fare in modo di comprare una prima casa che non risulti formalmente la prima… trucco certamente non molto complicato, e nemmeno formalmente illegale. E trucco che l’inventore decide di condividere in rete…  da qui parte tutta la storia, che chi vuole si leggerà.

Consiglio certamente di leggere questo libro, e non solo perché condivido con Latronico molte delle idee che gli ho sentito esprimere sui pericoli di un movimento come quello dei volenterosi. Apprezzo molto la sua facilità di scrittura, ammiro soprattutto la sua fluidità narrativa, il suo talento di romanziere: è da qui che nasce la capacità di convertire un tema di passione civile in un romanzo-pamphlet.  Apprezzo infine la sua incredibile cultura, e la sua disinvoltura nell’addentrarsi in descrizioni di mondi molto lontani tra loro, ma questo è molto più evidente nel suo altro libro che ho letto, La congiura delle colombe. Che parla anche di teoria dei giochi, il che spiega perché ci siamo incontrati…

 

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Quattro etti d’amore, grazie è l’ultimo romanzo di Chiara Gamberale, uscito davvero da poco e catturato al volo sull’Ipad, come al solito (devo riprendere l’abitudine di tenere in mano un libro qualche volta, magari quest’estate). Qui si raccontano le storie di due donne che si incontrano quasi quotidianamente al supermercato. Le loro vite sono molto diverse, una è un personaggio noto sul quale l’altra fa ovviamente delle fantasie, senza minimamente immaginare che la cosa è reciproca. Le loro storie sono assolutamente tipiche dei giorni nostri, l’una che si affanna per la famiglia e il lavoro e, pur pienamente inserita nella propria vita e consapevole di volerla come è, si rifugia poi su Facebook, dove in realtà la grande amicizia è un compagno di scuola ritrovato, chiaro segno di una fuga verso il passato piuttosto che verso qualcosa di differente. L’altra vive la vita annoiata di chi non ha bisogno di fare fatica a mettere un giorno dietro l’altro, e inconsciamente rimpiange il fatto di non aver ostacoli da affrontare. Il romanzo comincia e finisce raccontando queste due storie, che sono separate ma hanno anche forti interazioni.

Di Chiara Gamberale ho letto in passato Una vita sottile, Le luci nelle case degli altri, L’amore quando c’era (che è stato il libro che me l’ha fatta conoscere). Non ho problemi ad ammettere che CG mi piace parecchio. Intendo come persona. È palese in lei la contraddizione tra una vita apparentemente felice e fortunata, e la difficoltà che il vivere le comporta. Una vita sottile è un libro autobiografico, e parla della sua anoressia. Ho trovato in rete un’intervista televisiva in cui dichiarava di essersi sentita amata ma non capita in famiglia, e certamente il padre è stato una presenza molto ingombrante. Un’altra volta ha scritto che scrivere è il suo modo di rifugiarsi in qualcosa che le allontana le sue ansie. Che mi piaccia non mi stupisce, sono evidentemente attratto dalle personalità complesse, senza voler fare paragoni irriverenti,  non mi sembra un caso che i due personaggi che amo di più in ambito matematico siano Gödel e Nash, due tipi dal carattere certamente non facile e dalla vita piuttosto complicata …

Per questo non ho avuto esitazioni a prendere il nuovo libro di CG e a mettermi immediatamente a leggerlo: mi erano piaciuti i precedenti(con L’amore quando c’era in testa), mi piace lei. Devo dire però che la lettura è stata una cocente delusione. Non ho dubbi che se l’autore fosse stato un altro, avrei smesso di leggerlo. La prima parte mi è sembrata noiosissima. L’espediente (letterario) di mettere una lista della spesa a inizio capitolo mi ha dato quasi fastidio. Dalla metà in poi le cose sono andate un pochino meglio, ma devo confessare che non ricordo un libro aspettato con tanta trepidazione, cominciato con la più grande fiducia di cominciare una lettura interessante, e che quasi immediatamente mi sia sembrato così poco riuscito. Forse tra qualche mese riproverò a riprenderlo in mano. Però adesso la mia impressione di lettore è che lei abbia avuto un’idea letterariamente molto bella, che la trama e la struttura del romanzo siano interessanti, ma che poi il risultato tecnico sia notevolmente inferiore alle aspettative.